3x11: Massacre

Isla Sorna – SS Venture, 25 Maggio 1997, ore 01:14
Il Tenente di vascello Lewis Anderson guardò l’orologio: l’una e un quarto. Finalmente erano riusciti a partire. Avevano ricevuto l’ordine di aspettare che la squadra InGen portasse a bordo un carico importante non specificato, ed erano arrivati maledettamente in ritardo. La sola operazione di carico aveva portato via più di un’ora e mezza, e tutti i membri della squadra sembravano appena usciti dall’isola di King Kong, pieni di tagli, graffi e lordi di sangue.
Nessuno aveva voluto dirgli cos’era successo, fino a che la secca risposta di Ludlow, prima che se ne andasse in elicottero, ‘si limiti a fare il suo lavoro Tenente. Ci porti via da qui’, aveva smorzato la sua curiosità. Maledetto omuncolo da strapazzo.
Anderson uscì dal proprio alloggio diretto alla cabina di comando. Forse l’addetto alle comunicazioni poteva dargli qualche buona notizia. Dopo aver percorso appena una ventina di metri nel corridoio, qualcosa lo spinse da dietro con tale forza da farlo cadere a faccia in giù.
-Ma chi..?- disse girandosi, ancora al suolo.
Ciò che vide lo lasciò impietrito. Un grosso lucertolone lungo almeno tre metri, totalmente biancastro e con gli occhi iniettati di sangue lo stava puntando.
-Ma… Dev’essere un incubo!- esclamò.
Attratto dal rumore, il Raptor gli balzò addosso.
-AAAAAAAAAAAAHHHHHH!!!!!!!!!!-

Isla Sorna – SS Venture, 25 Maggio 1997, ore 01:16
-Cosa diavolo è stato?- esclamò Tom balzando in piedi. Stavano tutti riposando in cucina.
-Non proveniva da fuori, era qui, nella nave!- disse Claude.
Tom si avvicinò alla porta, premendogli contro un orecchio. Non sentendo niente, la aprì molto lentamente, per poi uscire.
-Non c’è niente-, disse -Dovremo andare ad investigare.-
-Un’ottima idea!- sbottò Claude -Sentiamo un urlo straziante e che facciamo? Andiamo a vedere cos’è successo!-
-Non fare la femminuccia, ci siamo trovati in situazioni peggiori.- rispose Tom. Poi continuò, rivolto a tutto il gruppo: -Andremo solo noi due, saremo più veloci. State attenti e sorvegliate tutte le entrate.-
Claude lo seguì lungo il corridoio: perlustrarono tutto il piano senza trovare nulla. Salirono con cautela al ponte superiore, e dopo aver percorso qualche decina di metri svoltarono a destra ad un bivio, trovandosi davanti uno spettacolo raccapricciante: un Raptor albino stava pasteggiando con i resti del Tenente Anderson.
Facendo attenzione a non fare il minimo rumore, iniziarono ad indietreggiare, prima di un passo, poi di un altro. Arrivati all’altezza del bivio che avevano preso prima, stavano per voltarsi e andarsene, quando un altro rumore alle loro spalle li bloccò: un leggero ticchettio, seguito da flebili sbuffi.
Il rumore aveva attirato anche il Raptor, che aveva sospeso il suo pasto e si era cautamente avvicinato a loro. Le fauci sporche di sangue emanavano un odore nauseante.
Lentamente, misurando i centimetri, Tom e Claude cominciarono a voltarsi, sperando di non avere alle spalle un altro Raptor.
Il cuore di Tom gli balzò il gola: la creatura che avevano davanti era ben più grande di un Raptor. Era più lungo, più alto e più massiccio. Come il Raptor la pelle era biancastra, e gli occhi rossi. La testa era sormontata da due piccole creste. Un Dilophosaurus.
Presi tra due fuochi, un Raptor da una parte e un Dilophosaurus dall’altra. Peggio di così non poteva andare. Il carnivoro allungò il collo verso Claude, annusando l’aria. La reazione del francese fu rapidissima: senza pensarci due volte si buttò addosso a Tom, placcandolo come in una partita di rugby, gridando: -GIÙ!-
I due atterrarono pesantemente sul pavimento di metallo, a poca distanza dal Dilophosaurus. I due carnivori ebbero poco tempo per riprendersi: attratti dal rumore, si lanciarono entrambi in avanti, scontrandosi con forza. Il Raptor, che aveva più spinta, riuscì miracolosamente a far perdere l’equilibrio all’avversario, che cadde sul fianco destro. Il predatore più piccolo lo azzannò prontamente al collo, raggiunto da un suo simile sbucato da chissà dove.
Nell’arco di questi pochi secondi, Tom e Claude avevano già raggiunto le scale in fondo al corridoio, con Tom che non aveva smesso per un attimo di ripetere ‘Maledetti Raptor, maledetti Raptor!’. Ripercorsero a ritroso il loro cammino e si precipitarono in cucina.
-I Rapt… I Dil… Un casino! Sangue ovun…- Cercò di dire Tom, col fiatone.
-Dottore, il paziente mi sembra un po’ scosso. Devo colpirlo per calmarlo?- chiese Kent e Strauss.
-Lascia stare, Kent.- disse Claude. E spiegò a presenti tutto quello che avevano visto e passato da quando avevano lasciato la cucina.
-E così la nave è infestata dai Dinosauri albini.- disse Kent -Dovremo liberarcene, o questo non sarà un viaggio tranquillo.-
-Dobbiamo avvertire l’equipaggio e la squadra InGen. Loro sono armati, potremo difenderci meglio.- disse Sullivan.-
Claude aprì con cautela la porta della cucina e mise fuori la testa. Non vedendo segnali di pericolo la spalancò per far uscire i suoi compagni. Appena la richiuse, fu come se qualcuno avesse scoperchiato il vaso di pandora: urla disumane provenivano da tutte le direzioni, seguiti da profondi sibili e colpi d’arma da fuoco. Senza perdere altro tempo, il gruppo si avviò su per le scale, nella stessa direzione che avevano seguito Tom e Claude poco prima. Arrivati al corridoio superiore però furono bloccati dal Raptor in fondo al corridoio che stava finendo il suo pasto, questa volta a base di Dilophosaurus. Il suo compagno giaceva a terra inerme. A quanto pare il Dilophosaurus si era fatto valere prima di cadere.
-Di qua non si passa. Dietrofront.- disse Tom. Susan, che era l’ultima della fila, si voltò, aprì la porta e fece per uscire, ma si trovò la strada sbarrata da un altro Raptor.
‘Maledizione’ pensò Kent. Se non escogitavano qualcosa rapidamente, sarebbero finiti tutti sbudellati dai due Raptor. Il carnivoro fece un passo avanti, sibilando. Annusò i contorni della porta, e una volta capito lo spazio che aveva a disposizione rivolse nuovamente l’attenzione al gruppo, ruggendo.
Fu lì che si bloccò. Nell’aria carica di tensione, il colpo d’arma da fuoco quasi non si sentì, ma il Raptor si zittì di colpo, con la bocca ancora aperta. Un grosso foro si apriva nel lato sinistro del cranio. Il predatore si afflosciò su sé stesso e cadde al suolo.
Susan ora poteva sentire i passi del loro salvatore che salivano le scale. Si sporse in avanti per scorgerlo, e dopo pochi attimi sulla porta si stagliò la figura di Barry Sheridan, con in mano un fucile. Susan ci mise alcuni secondi per riaversi: -Barry!!- urlò, saltandogli al collo e avvolgendolo in un lungo bacio appassionato.
-Però-, disse Sheridan liberandosi dolcemente -Se avessi saputo prima che avrei ricevuto questa ricompensa, sarei scomparso molto prima!-
Dopo che ebbe ricevuto il bentornato da tutti, Strauss gli si avvicinò e gli batté una mano sulla spalla: - È bello rivederti, figliolo. Ma come hai fatto a cavartela?-
-Non ne sono del tutto sicuro-, rispose Sheridan -So solo che ho ruzzolato con quel Raptor per un bel pezzo, poi siamo caduti per un paio di metri in un piccolo burrone. Io sono caduto su dei cespugli, lui sulla nuda roccia. E non si è più rialzato.-
-Da non credere. E il fucile?-
-L’ho preso ad un membro della squadra InGen che non ne aveva più bisogno. Qua si sta scatenando il finimondo.-
Tom s’intromise: -L’abbiamo notato. A proposito, come la mettiamo con l’ospite a cena?- chiese, indicando il Raptor che stava sbranando il Dilophosaurus.
-Ci penso io a lui.- disse Sheridan caricando il fucile. Si avvicinò al Raptor a passi lenti me decisi, e quando fu a pochi metri, gli sparò alla testa, centrando in pieno il bersaglio.
-Bene. Ora quel’è il piano?- disse, caricando nuovamente il fucile.
-Alla cabina di comando, e alla svelta!- esclamò Claude passandogli accanto.
Incredibilmente trovarono pochissima resistenza mentre salivano di ponte in ponte per arrivare alla cabina di comando. Sheridan dovette usare il fucile ben poche volte, mentre assistevano, man mano che avanzavano, a continue scene di lotta tra il personale di bordo, la squadra InGen e i Dinosauri albini.
Finalmente, dopo una ventina di minuti di viaggio e dopo essersi persi almeno quattro volte, raggiunsero la porta che desideravano. Kent la spalancò e la trovò vuota. C’era sangue dappertutto, e una mano tranciata di netto pendolava dal timone.
-Che brutto spettacolo…- mormorò Kent.
-Forza, cerchiamo di avvertire l’equipaggio- disse Tom. Si guardò intorno fino a trovare un microfono, e dopo averlo azionato la sua voce venne enormemente amplificata dai megafoni posti su tutta la nave: -A TUTTI I PRESENTI SULLA SS VENTURE, VI PARLO DALLA CABINA DI COMANDO. È INUTILE CHE VI DICA COSA STA SUCCEDENDO; MA QUI SIAMO ARMATI E AL SICURO. RAGGIUNGETECI, PRESTO!!-
Appena smise di parlare, calò un silenzio impensabile fino a pochi minuti prima.
-Spero di aver colto nel segno.- disse Tom.
Sheridan si avvicinò all’ampia vetrata, scrutando all’esterno: -Ma perché non si sente più nulla?-
I minuti passavano interminabili. Periodicamente Tom ripeteva il messaggio nell’interfono, ma dopo mezz’ora si era fatto vivo solo un Dilophosaurus, che Sheridan si affrettò a liquidare. Stanco dell’attesa, Kent sbottò:
-Possibile che non sia rimasto nessuno??-
-Che si siano ammazzati tutti a vicenda?- chiese Susan.
-Sentite, cerchiamo di capire come funziona questa bagnarola-, disse Sullivan -Se qualcuno deve arrivare, arriverà.-
L’unico strumento che gli indicava la rotta era un grosso schermo incastonato tra altre apparecchiature. La lunga linea tratteggiata segnava come punto d’arrivo San Diego, e sembrava preimpostata.
Sullivan iniziò a pigiare tutti i pulsanti che vedeva: -Ma come diamine si modifica la rotta?-
-Ehi doc, guarda-, disse Tom -La leva della velocità. Almeno eviteremo di schiantarci una volta arrivati.-
Sullivan si avvicinò alla grande leva, posizionata su AVANTI TUTTA. L’afferrò con forza a la tirò indietro fino a STOP.
Niente.
Non si avvertì nessun cambiamento nelle vibrazioni sotto i loro piedi, né nessuna variazione percettibile nella velocità.
-Ma stiamo scherzando??- urlò Sullivan, furioso -Non ditemi che neanche la velocità si può cambiare! Cosa faremo una volta arrivati a San Diego?-
-Beh doc, io non mi preoccuperei più di tanto.- disse pacatamente Claude, che fino a quel momento era rimasto in disparte.
-Cosa vuoi dire?- chiese Sullivan.
-Innanzitutto la rotta è già impostata, quindi non ci stiamo perdendo in mezzo all’oceano. Questa è già una buona notizia. In più, questa nave è piuttosto grande e robusta, mentre i moli sono bassi e spesso di legno. Se anche non riuscissimo a ridurre la velocità, probabilmente ci incaglieremo, o nel peggiore dei casi distruggeremo il molo, ma non penso che né la nave né noi subiremo dei gran danni.-
-Quindi stai suggerendo di sederci ed aspettare di schiantarci nel porto?-
Claude si prese il suo tempo prima di rispondere: -Esatto.-

Oceano Pacifico – SS Venture, 26 Maggio 1997, ore 03:38
Erano trascorse più di ventiquattro ore dall’inizio del viaggio della SS Venture. I Survivors si erano rifugiati nuovamente in cucina, dove si erano rifocillati e riposati decentemente per la prima volta dopo tanto tempo.
Claude e Sullivan avevano discusso a lungo. La prospettiva di schiantarsi una volta arrivati a San Diego non era delle più allettanti, ma avevano provato e riprovato a governare la nave, senza il minimo successo. Alla fine anche Sullivan si era dovuto arrendere.
Sheridan e Kent avevano pattugliato la nave in lungo e in largo, senza trovare nessun sopravvissuto -uomo o Dinosauro-. Infine erano tornati nella cabina di comando, dove si davano il cambio per dormire e periodicamente aggiornavano il resto del gruppo con l’interfono sulla loro posizione.
Verso le tre e quaranta del mattino, tornarono in cucina e svegliarono tutti.
-Abbiamo preso un orologio ad un mercenario e lo abbiamo sincronizzato con il timer della rotta. L’arrivo è previsto tra meno di cinque minuti. Andiamo tutti nel corridoio, almeno non rischieremo di urtare nulla.- disse Sheridan.
Quando tutti furono usciti, guardò nuovamente l’orologio: -Siete tutti pronti? Lo schianto avverrà tra trenta secondi!-
Tutti si acquattarono e si ripararono meglio che poterono. Lui strinse forte Susan a sé.
-TENETEVI A QUALCOSA!- urlò Kent.