Isla Sorna – Spiaggia, 28 Maggio 1997, ore 16:42
Per
tutto il viaggio verso Isla Sorna Tom Dillon pensò che l’unico modo di
liberare il Tirannosauro fosse lasciare il portellone di carico aperto e
aspettare che se ne andasse sulle sue zampe, come al molo di San Diego,
o addirittura abbandonare la nave.
La Marina però aveva altri
progetti. Una volta raggiunta la costa, la nave cargo si avvicinò alla
spiaggia fino quasi ad incagliarsi prima di gettare l’ancora. Poi due
grandi chiatte, entrambe munite di una grossa gru, che Tom non aveva
assolutamente notato durante il viaggio, si avvicinarono e calarono i
pesanti argani nella stiva, sollevando senza sforzo le cinque tonnellate
del Dinosauro, sorretto da uno spesso telone e profondamente
addormentato.
Il basso pescaggio delle chiatte gli permise di
avvicinarsi fino a pochi metri dalla riva, dove il gigantesco carnivoro
fu calato sul rimorchio vuoto di un camion cingolato, sbarcato da un
altro cargo, che gli permise di raggiungere la spiaggia.
Dopodiché il
camion rientrò nel cargo e le chiatte tornarono al loro posto. Il
piccolo venne liberato e dopo un attimo di smarrimento cominciò a
correre e giocare attorno all’adulto. L’organizzazione era stata
perfetta. Faceva quasi venire voglia di arruolarsi.
La squadriglia
rimase in attesa finchè il maschio non cominciò a dare i primi segni di
risveglio. Solo allora levarono le ancore e volsero per l’ultima volta
le spalle a Isla Sorna, per tornare al mondo civilizzato.
Tom e
Claude rimasero a poppa ad osservare l’isola finchè non scomparve
all’orizzonte. L’intera operazione era durata circa tre ore, durante le
quali non avevano avuto nessun problema da parte della fauna dell’isola,
non avevano visto nemmeno un Dinosauro, erbivoro o carnivoro che fosse.
Niente di niente.
New York – Appartamento di Levin Strauss, 14 Giugno 2000, ore 20:15
Il grande tavolo imbandito al centro della sala offriva ogni ben di Dio. Come al solito Strauss non badava a spese.
A
tre anni dall’incidente di San Diego, i survivors avevano finalmente
ripreso le proprie vite. Ognuno di loro aveva seguito il suo percorso, i
suoi sogni e la propria professione: Barry Sheridan era tornato nella
sua New York, dove ormai il suo nome non era più legato al tragico
incidente di qualche anno prima. Gli erano state fatte numerose offerte
prestigiose dai corpi di polizia, ma fedele ai propri principi, lui
volle a tutti i costi rifare la gavetta, partendo dal basso e facendo
carriera con le proprie forze
Sposò Susan, che ovviamente non volle
abbandonarlo, obbligando Strauss, che già pensava di continuare la sua
attività di medico a Los Angeles, a spostarsi a New York. Non poteva
certo lasciarsi sfuggire la sua collaboratrice più capace.
Non
mancava mai di rinfacciargli con sorriso sulle labbra che se non fosse
per loro non prenderebbe l’influenza ogni Natale, dato che a Los Angeles
in inverno raramente si scende sotto i 10 gradi, ma il lussuoso loft in
cui faceva sbollire la febbre era una buona consolazione.
Sullivan
aprì una rinomata clinica in Florida, che in breve tempo diventò una
delle più prestigiose e conosciute al mondo, soprattutto perché
accoglieva sia VIP che meno fortunati non in grado di permettersi
un’assicurazione sanitaria. Ovviamente tutti erano trattati allo stesso
modo.
Fockler si traferì a Montréal e abbandonò la professione di
sicario, che in realtà non aveva mai amato, per dedicarsi alla sua vera
passione, la scrittura. I suoi amici a volte gli facevano notare che la
trama dei suoi libri era spesso simile, ma ogni volta riusciva a
sbancare.
Tom e Claude si spostarono dalle umide foreste di Isla
Sorna alle grandi distese erbose del Wyoming, diventando entrambi ranger
del Parco Nazionale di Yellowstone. Data la loro grande fama tuttavia i
loro servigi erano spesso richiesti negli angoli più disparati del
mondo, in Kenya, Sudafrica, Congo, Cina, India, Tibet e Australia solo
per citarne alcuni.
Le diverse destinazioni tuttavia non smorzarono
in alcun modo l’affiatamento e l’amicizia che si era creata tra i
survivors dopo anni vissuti insieme immersi nella Natura. Ogni anno,
almeno una volta all’anno, si ritrovavano, spesso nel loft di Strauss,
per riabbracciarsi e ricordare i momenti vissuti insieme, sia quelli
terribili che quelli meravigliosi.
Inizialmente tutti ebbero la
propria dose di comizi e interviste televisive, ma dopo che l’esistenza
dei Dinosauri e gli intrighi della InGen vennero sbattuti in faccia
all’opinione pubblica, senza nessun mistero da svelare, l’interesse
della gente andò presto scemando, soffermandosi solo su poche figure che
ancora facevano parlare di sé, come Alan Grant e Ian Malcom.
Lentamente ma inesorabilmente, la vita era tornata alla normalità.
Isla Sorna – Costa, 18 Luglio 2001, ore 09:31
Un
piccolo aereo controlla il cielo limpido di Isla Sorna. I piloti non
sanno che un uomo su un motoscafo li sta osservando con un binocolo.
Non appena l’aereo passa, l’uomo dà un ordine al suo compagno: -dale, dale.-
Il
motoscafo parte con un rombo, mentre l’uomo aggancia un moschettone al
paracadute di un turista, legato insieme ad un ragazzino.
-Ci faccia avvicinare il più possibile, mi raccomando! Le do un supplemento se ci fa fare un bel giretto!- dice il turista.
-Eheh,
vi porto il più vicino possibile amigo mio, ma non troppo vicino! Non
vorrete mica farvi mangiare!- risponde l’uomo, suscitando l’ilarità dei
due turisti.
Raggiunto il punto prestabilito, l’uomo si volta verso il turista: -Sei pronto amigo?-
-Pronto!-
-Pronto!- gli fa eco il ragazzino.
-Uno,
due, tre!- il turista tira una corda situata sulla spalla, che fa
aprire il paracadute. Il vento lo gonfia all’istante e fa prendere il
volo ai due turisti eccitati.
L’uomo sul motoscafo li guarda allontanarsi mentre controlla la corda legata all’imbarcazione.
A svariati metri d’altezza il turista si mette a filmare l’isola: -Hai paura?- chiede al ragazzino.
-No, no, è stupendo!-
D’un
tratto il motoscafo entra in un banco di nubi basse, e i turisti lo
perdono di vista. La corda viene strattonata con forza verso il basso.
-Cos’è stato?- chiede il ragazzino.
-Non lo so.-
La
corda viene strattonata una seconda ed una terza volta, con maggiore
violenza, proprio mentre il motoscafo riemerge dalle nubi. Osservandolo,
il ragazzo nota che i due marinai sono scomparsi, lasciando grandi
macchie di sangue sull’imbarcazione.
-Cosa gli è successo?-
-Non lo so!-
Il
tempo per le domande tuttavia è poco, in quanto il ragazzo si accorge
che il motoscafo è in rotta di collisione con degli scogli che emergono
dai flutti.
-Così andiamo a sbattere! Ci schiantiamo!-
Il suo accompagnatore cerca di mantenere la calma mentre prova a sganciare il moschettone dalla corda:
-Molla la fune!! Sposta le mani!-
Dopo
alcuni tentativi riesce a liberarli. Mentre il motoscafo si schianta
sugli scogli lui vira verso destra, dirigendosi verso l’unica terra
ferma possibile: Isla Sorna.
Manovrando il paracadute tra le alture
dell’isola, l’uomo cerca di tranquillizzare il ragazzo, visibilmente
scosso: -Ce la caveremo, piccolo.-
3x14: Normal Life
Oceano Pacifico – Punto Imprecisato, 27 Maggio 1997, ore 14:01
Tom Dillon non opponeva resistenza all’aria salmastra che gli sferzava il viso. Davanti a sé, l’infinita distesa dell’oceano. Dalla stiva non proveniva nessun rumore.
Dopo che il Tirannosauro era entrato nella stiva e aveva dato Ludlow in pasto al cucciolo, la Harding lo aveva messo a dormire con un potente sedativo, richiudendolo. Le autorità furono sul posto e sbrigarono tutte le loro attività in tempo record, ma il Rex dovette essere spostato in un’altra nave, perché la SS Venture non era pronta a riprendere il mare.
Per i survivors erano state messe a disposizione alcune camere d’albergo a San Diego, in attesa che si mettessero in contatto coi rispettivi parenti. L’impatto mediatico del loro ritorno era stato da subito enorme, e nonostante fossero tornati da neanche un giorno, erano già fioccate numerose richieste di interviste, soprattutto agli scienziati, Sullivan e Strauss.
Alcuni, meno inclini a mettersi davanti ad una telecamera, pur di sfuggire ai giornalisti si erano imbarcati con l’esercito per riportare il Rex e il piccolo su Sorna.
Claude gli si avvicinò: -Sentirai nostalgia dell’isola?-
-No.- rispose prontamente Tom.
-Degli animali unici?-
-No!-
-Delle fughe mozzafiato?-
-Nemmeno! Mi godrò la mia vita tranquilla, facendo la cosa che amo di più, il ranger, in qualche parco negli Stati Uniti. Ma volevo salutare Sorna un’ultima volta.-
Claude fissò per qualche istante il suo compagno di mille avventure, poi si girò anche lui ad ammirare la vastità del mare.
-E tu cosa farai? Tornerai in Francia?- chiese di rimando Tom.
-Non lo so. Devo ancora decidere.-
-Sai, in tutto questo tempo non ti ho mai chiesto di dove sei.-
Claude fece un lungo respiro, ricordando i luoghi della sua infanzia: -Anneyron, un paesetto non lontano da Lione. Ci sono molte aree protette nei dintorni, è lì che ho mosso i primi passi nella Natura.-
-Guarda,- disse Tom indicando un puntino all’orizzonte -Sorna è già in vista.-
San Diego, 27 Maggio 1997, ore 19:56
Il Dottor John Sullivan si sistemò il nodo della cravatta e si lisciò l’elegante giacca. Si guardò per l’ennesima volta allo specchio: gli pareva che ci fosse sempre qualcosa che non andava, sebbene ora fosse perfettamente pulito, lavato e sbarbato. Il completo di Armani completava il quadretto del dottore dalla grande fama.
Guardò nervosamente l’orologio: il suo discorso sarebbe iniziato in pochi minuti, e la folla era in trepidante attesa.
Ripassò mentalmente tutti gli eventi che lo avevano portato fin lì, e si ritrovò a riderci su. Se lo avesse raccontato ai suoi amici una sera al bar non gli avrebbero mai creduto.
Probabilmente non avrebbero preso in considerazione l’idea nemmeno per una fiction televisiva.
La voce amplificata dal microfono del presentatore lo riportò alla realtà: -E’ CON IMMENSO PIACERE CHE VI PRESENTO L’OSPITE DI QUESTA SERA: IL DOTTOR JOHN SULLIVAN! UN APPLAUSO, PREGO!-
Sullivan uscì da dietro il tendone sotto applausi scoscianti. L’enorme auditorium era esaurito, molte persone erano addirittura sedute sui gradini o stavano in piedi. L’uomo tornato dall’aldilà, l’avevano chiamato. Quando arrivò sul piccolo piedistallo al centro del palco, notò dei fogli nel leggìo. Il suo discorso. Non ne avrebbe avuto bisogno, sapeva a memoria ogni parola. Girò i fogli e alzò le mani sorridendo per far cessare gli applausi.
Quando si calmarono, si sporse verso il microfono e disse: -Grazie, grazie davvero. Un sincero ringraziamento a tutti quanti per essere qui stasera.-
Sentendosi improvvisamente più calmo, si schiarì la voce e prese fiato per iniziare il suo discorso.
Il teatro di San Diego aveva in programma La Traviata di Verdi per quella sera, ma lo spettacolo fu prontamente rimandato per fare posto ad una delle star del momento. John Sullivan, da tutti ritenuto tragicamente morto su una lontana isola del Pacifico, era miracolosamente tornato, insieme ad alcuni compagni, per raccontare la verità dietro le innumerevoli morti e i terribili incidenti causati dalla InGen.
Strauss, Susan, Fockler e Sheridan erano a loro volta alle prese con altri comizi e trasmissioni televisive.
Strauss, da vero medico, si soffermò sulle difficoltà sanitarie ed igieniche che avevano dovuto affrontare sull’isola, mentre Susan e Fockler sugli aspetti più emozionanti della loro esperienza, le fughe, i combattimenti, la caccia. Barry Sheridan aveva completamente riscattato il suo nome, dopo il tremendo incidente che anni prima aveva causato la morte di parecchi ostaggi, che gli era costato la carriera nelle forze di polizia e per il quale si sentiva responsabile.
Nessuno di loro avrebbe mai dimenticato cosa avevano passato su Isla Sorna. Ma la speranza, quella che li aveva fatti sopravvivere per anni in un luogo completamente selvaggio, e che gli aveva permesso di fuggire alla prima occasione, era diventata una certezza. La certezza che, piano piano, la loro vita sarebbe tornata alla normalità.
Tom Dillon non opponeva resistenza all’aria salmastra che gli sferzava il viso. Davanti a sé, l’infinita distesa dell’oceano. Dalla stiva non proveniva nessun rumore.
Dopo che il Tirannosauro era entrato nella stiva e aveva dato Ludlow in pasto al cucciolo, la Harding lo aveva messo a dormire con un potente sedativo, richiudendolo. Le autorità furono sul posto e sbrigarono tutte le loro attività in tempo record, ma il Rex dovette essere spostato in un’altra nave, perché la SS Venture non era pronta a riprendere il mare.
Per i survivors erano state messe a disposizione alcune camere d’albergo a San Diego, in attesa che si mettessero in contatto coi rispettivi parenti. L’impatto mediatico del loro ritorno era stato da subito enorme, e nonostante fossero tornati da neanche un giorno, erano già fioccate numerose richieste di interviste, soprattutto agli scienziati, Sullivan e Strauss.
Alcuni, meno inclini a mettersi davanti ad una telecamera, pur di sfuggire ai giornalisti si erano imbarcati con l’esercito per riportare il Rex e il piccolo su Sorna.
Claude gli si avvicinò: -Sentirai nostalgia dell’isola?-
-No.- rispose prontamente Tom.
-Degli animali unici?-
-No!-
-Delle fughe mozzafiato?-
-Nemmeno! Mi godrò la mia vita tranquilla, facendo la cosa che amo di più, il ranger, in qualche parco negli Stati Uniti. Ma volevo salutare Sorna un’ultima volta.-
Claude fissò per qualche istante il suo compagno di mille avventure, poi si girò anche lui ad ammirare la vastità del mare.
-E tu cosa farai? Tornerai in Francia?- chiese di rimando Tom.
-Non lo so. Devo ancora decidere.-
-Sai, in tutto questo tempo non ti ho mai chiesto di dove sei.-
Claude fece un lungo respiro, ricordando i luoghi della sua infanzia: -Anneyron, un paesetto non lontano da Lione. Ci sono molte aree protette nei dintorni, è lì che ho mosso i primi passi nella Natura.-
-Guarda,- disse Tom indicando un puntino all’orizzonte -Sorna è già in vista.-
San Diego, 27 Maggio 1997, ore 19:56
Il Dottor John Sullivan si sistemò il nodo della cravatta e si lisciò l’elegante giacca. Si guardò per l’ennesima volta allo specchio: gli pareva che ci fosse sempre qualcosa che non andava, sebbene ora fosse perfettamente pulito, lavato e sbarbato. Il completo di Armani completava il quadretto del dottore dalla grande fama.
Guardò nervosamente l’orologio: il suo discorso sarebbe iniziato in pochi minuti, e la folla era in trepidante attesa.
Ripassò mentalmente tutti gli eventi che lo avevano portato fin lì, e si ritrovò a riderci su. Se lo avesse raccontato ai suoi amici una sera al bar non gli avrebbero mai creduto.
Probabilmente non avrebbero preso in considerazione l’idea nemmeno per una fiction televisiva.
La voce amplificata dal microfono del presentatore lo riportò alla realtà: -E’ CON IMMENSO PIACERE CHE VI PRESENTO L’OSPITE DI QUESTA SERA: IL DOTTOR JOHN SULLIVAN! UN APPLAUSO, PREGO!-
Sullivan uscì da dietro il tendone sotto applausi scoscianti. L’enorme auditorium era esaurito, molte persone erano addirittura sedute sui gradini o stavano in piedi. L’uomo tornato dall’aldilà, l’avevano chiamato. Quando arrivò sul piccolo piedistallo al centro del palco, notò dei fogli nel leggìo. Il suo discorso. Non ne avrebbe avuto bisogno, sapeva a memoria ogni parola. Girò i fogli e alzò le mani sorridendo per far cessare gli applausi.
Quando si calmarono, si sporse verso il microfono e disse: -Grazie, grazie davvero. Un sincero ringraziamento a tutti quanti per essere qui stasera.-
Sentendosi improvvisamente più calmo, si schiarì la voce e prese fiato per iniziare il suo discorso.
Il teatro di San Diego aveva in programma La Traviata di Verdi per quella sera, ma lo spettacolo fu prontamente rimandato per fare posto ad una delle star del momento. John Sullivan, da tutti ritenuto tragicamente morto su una lontana isola del Pacifico, era miracolosamente tornato, insieme ad alcuni compagni, per raccontare la verità dietro le innumerevoli morti e i terribili incidenti causati dalla InGen.
Strauss, Susan, Fockler e Sheridan erano a loro volta alle prese con altri comizi e trasmissioni televisive.
Strauss, da vero medico, si soffermò sulle difficoltà sanitarie ed igieniche che avevano dovuto affrontare sull’isola, mentre Susan e Fockler sugli aspetti più emozionanti della loro esperienza, le fughe, i combattimenti, la caccia. Barry Sheridan aveva completamente riscattato il suo nome, dopo il tremendo incidente che anni prima aveva causato la morte di parecchi ostaggi, che gli era costato la carriera nelle forze di polizia e per il quale si sentiva responsabile.
Nessuno di loro avrebbe mai dimenticato cosa avevano passato su Isla Sorna. Ma la speranza, quella che li aveva fatti sopravvivere per anni in un luogo completamente selvaggio, e che gli aveva permesso di fuggire alla prima occasione, era diventata una certezza. La certezza che, piano piano, la loro vita sarebbe tornata alla normalità.
3x13: Justice
San Diego – Porto, 26 Maggio 1997, ore 03:57
Tutto era accaduto talmente in fretta. La nave si era schiantata sul molo, la piccola folla radunata davanti al suo microfono un attimo prima era scomparsa, avevano trovato l’equipaggio sbudellato, il Rex era uscito dalla stiva, e velocemente com’era apparso si era volatilizzato, lasciando soltanto un paio di limousine ribaltate a testimonianza del suo passaggio.
Tutto per colpa di un suo ordine. Se solo avesse dato ascolto a Malcom -quel maledetto!-, che come sempre aveva capito tutto prima degli altri, non avrebbe fatto aprire la stiva. Il Rex sarebbe ancora chiuso là dentro, e gli azionisti e i finanziatori lo starebbero ammirando estasiati e spaventati.
Erano trascorsi alcuni minuti, ma Peter Lodlow scoprì di essere ancora nella stessa posizione che aveva assunto quando il Rex si era liberato: rannicchiato contro la balaustra a fianco della cabina di comando. Si era fatto piccolo piccolo ed era rimasto immobile, come un insetto che cerca di non attirare l’attenzione di un uccello di passaggio.
Si rialzò lentamente in piedi. Un Dinosauro carnivoro di tredici metri era libero di vagare per San Diego. Nessuno sarebbe riuscito a fermarlo. Ogni passo che faceva per le strade della città era un passo che la InGen compiva verso il baratro.
I familiari delle vittime avrebbero chiesto rimborsi milionari. Gli avvocati si sarebbero gettati nella già fragile situazione finanziaria della società come Avvoltoi sulla carcassa di una Gazzella. Il danno economico sarebbe stato immane. Quello d’immagine incalcolabile.
Era finita. La InGen poteva dirsi fallita.
Era colpa sua? Tutto quello che aveva cercato di fare era stato risollevare le sorti dell’impero che suo zio aveva creato. Aveva seguito un percorso totalmente diverso, certo, fatto di regole tutte sue, ma quelle che aveva seguito suo zio avevano portato la InGen ad un passo dal tracollo, quindi perché non discostarsene?
La fretta non gli aveva permesso di prendere le giuste misure di sicurezza. I maledetti azionisti gli stavano col fiato sul collo, volevano risultati immediati, loro! Certo, è facile parlare dalla comoda poltrona del proprio salotto, di fronte al camino, con un sigaro acceso in una mano e un bicchiere di brandy nell’altra, mentre il presidente delegato cerca di salvare il culo all’azienda facendosi rincorrere da un branco di Raptor affamati.
E se non fosse stato per Malcom e i suoi compari… Quei pidocchiosi idealisti che avevano sabotato il campo base, se non fosse stato per loro ora tutti i Dinosauri catturati sarebbero stati belli impacchettati pronti per essere trasferiti dalla nave al loro recinto. Avevano distrutto i suoi sogni! Al diavolo i familiari delle vittime, avrebbe speso fino all’ultimo centesimo della InGen per farli ammazzare!
Una mano gli si appoggiò sulla spalla, destandolo dai suoi pensieri. Si voltò.
Non poteva essere. Era soltanto un’allucinazione. Era davvero troppo.
San Diego – Porto, 26 Maggio 1997, ore 04:01
-Voi?-
L’espressione di Ludlow valeva tutto quello che Tom Dillon aveva passato su Isla Sorna: il suo volto tradiva molteplici emozioni simultanee, dallo sbigottimento al terrore puro.
E a ragione. Di fronte a sé Ludlow non si era trovato soltanto un ranger che pensava fosse morto ormai da anni, ma anche lo scienziato che lo aveva aiutato a creare alcuni dei più grandi abomini della Natura, che considerava altrettanto morto; e come se non bastasse con loro c’era anche il mercenario che avrebbe dovuto ucciderlo!
-Non è vero… Sto sognando… Questo è un incubo!- gridò Ludlow.
-Oh no… è la dura realtà.- disse Tom, colpendolo di getto in faccia con un gancio destro.
Ludlow stramazzò al suolo, mettendosi ad annaspare per cercare i suoi occhiali, mentre con la mano libera si massaggiava la guancia. Dopo averli trovati, li inforcò con le mani tremanti, mentre si alzava tenendosi il più possibile pigiato contro la parete e la balaustra.
-Voi siete morti…- mormorò.
-Noi siamo vivi e vegeti-, disse Sullivan facendo un passo verso di lui -Sono le tue maledette creature ad essere morte.-
Ludlow aggrottò leggermente la fronte, cercando di ricordare: -Volete dire… A.D.A.M.? Eve? E come sono morti?-
-Li abbiamo uccisi noi-, disse Fockler -Loro e quei maledetti Dinosauri albini, la nave è piena dei loro cadaveri! Presto la stampa e l’opinione pubblica sapranno, e tu sarai rovinato.-
Un leggero sorriso comparve sulla faccia di Ludlow: -Voi non potete averli uccisi. Erano macchine fatte per uccidere, enormi e inarrestabili. Neanche con un carro armato avreste potuto fare nulla.-
-Sono morti-, ribadì Tom -E tra non molto lo sarai anche tu.-
Tom sferrò un altro destro, ma Ludlow riuscì a sfuggirgli, sgusciando alla sua sinistra e infilandosi nella cabina di comando, sbattendo la porta dietro di sè.
-Apri la porta, farabutto!- urlò Fockler lanciandosi sulla maniglia. Ma Ludlow l’aveva già bloccata.
-Tu, perché non hai ammazzato Sullivan? Ti ho pagato fior di quattrini!- gridò di rimando, sbattendo rabbiosamente un pugno contro al vetro.
-Grazie tante, il conto in banca mi è stato molto utile nella giungla!-
-Conosciamo questa nave meglio di te, Ludlow-, disse Tom -Questa non è l’unica entrata!-
Uno stridere di gomme interruppe il litigio. Da uno dei capannoni sbucò una fiammante spider rossa, guidata chiaramente da un pazzo. L’auto si fermò ad una decina di metri dalla stiva della SS Venture, e ne uscirono un uomo e una donna, che portava in braccio un grosso fagotto.
D’un tratto, il fagotto emise un forte e prolungato lamento.
-Sono Malcom e la Harding-, disse Sullivan -E hanno il piccolo!-
-Il piccolo…- mormorò Ludlow.
-Allora, hai intenzione di…- disse Foclker voltandosi. Ma si bloccò. Ludlow era scomparso dalla cabina di comando.
Lo videro sbucare da una porta alcuni ponti più in basso, mentre correva verso la stiva. Malcom e Sarah intanto ne erano appena usciti, e così com’erano apparsi, scomparvero nella notte.
Tom si incamminò verso le scale: -Andiamo, nella stiva sarà in trappola.-
-Aspetta-, disse Sullivan mettendogli il braccio davanti -I richiami del piccolo attireranno il maschio. Ludlow è già in trappola.-
Sullivan non aveva neanche terminato di pronunciare la frase che i caratteristici, pesanti passi del maschio iniziarono a riecheggiare nel porto. La parete di cartongesso che la macchina di Malcom aveva bucato cadde come un castello di carte al passaggio del possente carnivoro. Lentamente e inesorabilmente, si avvicinò alla stiva, entrandovi con cautela.
Tutto ciò che Tom, Sullivan e Fockler udirono in seguito fu un silenzio surreale, seguito da una lunga serie di grida di dolore soffocate.
Tutto era accaduto talmente in fretta. La nave si era schiantata sul molo, la piccola folla radunata davanti al suo microfono un attimo prima era scomparsa, avevano trovato l’equipaggio sbudellato, il Rex era uscito dalla stiva, e velocemente com’era apparso si era volatilizzato, lasciando soltanto un paio di limousine ribaltate a testimonianza del suo passaggio.
Tutto per colpa di un suo ordine. Se solo avesse dato ascolto a Malcom -quel maledetto!-, che come sempre aveva capito tutto prima degli altri, non avrebbe fatto aprire la stiva. Il Rex sarebbe ancora chiuso là dentro, e gli azionisti e i finanziatori lo starebbero ammirando estasiati e spaventati.
Erano trascorsi alcuni minuti, ma Peter Lodlow scoprì di essere ancora nella stessa posizione che aveva assunto quando il Rex si era liberato: rannicchiato contro la balaustra a fianco della cabina di comando. Si era fatto piccolo piccolo ed era rimasto immobile, come un insetto che cerca di non attirare l’attenzione di un uccello di passaggio.
Si rialzò lentamente in piedi. Un Dinosauro carnivoro di tredici metri era libero di vagare per San Diego. Nessuno sarebbe riuscito a fermarlo. Ogni passo che faceva per le strade della città era un passo che la InGen compiva verso il baratro.
I familiari delle vittime avrebbero chiesto rimborsi milionari. Gli avvocati si sarebbero gettati nella già fragile situazione finanziaria della società come Avvoltoi sulla carcassa di una Gazzella. Il danno economico sarebbe stato immane. Quello d’immagine incalcolabile.
Era finita. La InGen poteva dirsi fallita.
Era colpa sua? Tutto quello che aveva cercato di fare era stato risollevare le sorti dell’impero che suo zio aveva creato. Aveva seguito un percorso totalmente diverso, certo, fatto di regole tutte sue, ma quelle che aveva seguito suo zio avevano portato la InGen ad un passo dal tracollo, quindi perché non discostarsene?
La fretta non gli aveva permesso di prendere le giuste misure di sicurezza. I maledetti azionisti gli stavano col fiato sul collo, volevano risultati immediati, loro! Certo, è facile parlare dalla comoda poltrona del proprio salotto, di fronte al camino, con un sigaro acceso in una mano e un bicchiere di brandy nell’altra, mentre il presidente delegato cerca di salvare il culo all’azienda facendosi rincorrere da un branco di Raptor affamati.
E se non fosse stato per Malcom e i suoi compari… Quei pidocchiosi idealisti che avevano sabotato il campo base, se non fosse stato per loro ora tutti i Dinosauri catturati sarebbero stati belli impacchettati pronti per essere trasferiti dalla nave al loro recinto. Avevano distrutto i suoi sogni! Al diavolo i familiari delle vittime, avrebbe speso fino all’ultimo centesimo della InGen per farli ammazzare!
Una mano gli si appoggiò sulla spalla, destandolo dai suoi pensieri. Si voltò.
Non poteva essere. Era soltanto un’allucinazione. Era davvero troppo.
San Diego – Porto, 26 Maggio 1997, ore 04:01
-Voi?-
L’espressione di Ludlow valeva tutto quello che Tom Dillon aveva passato su Isla Sorna: il suo volto tradiva molteplici emozioni simultanee, dallo sbigottimento al terrore puro.
E a ragione. Di fronte a sé Ludlow non si era trovato soltanto un ranger che pensava fosse morto ormai da anni, ma anche lo scienziato che lo aveva aiutato a creare alcuni dei più grandi abomini della Natura, che considerava altrettanto morto; e come se non bastasse con loro c’era anche il mercenario che avrebbe dovuto ucciderlo!
-Non è vero… Sto sognando… Questo è un incubo!- gridò Ludlow.
-Oh no… è la dura realtà.- disse Tom, colpendolo di getto in faccia con un gancio destro.
Ludlow stramazzò al suolo, mettendosi ad annaspare per cercare i suoi occhiali, mentre con la mano libera si massaggiava la guancia. Dopo averli trovati, li inforcò con le mani tremanti, mentre si alzava tenendosi il più possibile pigiato contro la parete e la balaustra.
-Voi siete morti…- mormorò.
-Noi siamo vivi e vegeti-, disse Sullivan facendo un passo verso di lui -Sono le tue maledette creature ad essere morte.-
Ludlow aggrottò leggermente la fronte, cercando di ricordare: -Volete dire… A.D.A.M.? Eve? E come sono morti?-
-Li abbiamo uccisi noi-, disse Fockler -Loro e quei maledetti Dinosauri albini, la nave è piena dei loro cadaveri! Presto la stampa e l’opinione pubblica sapranno, e tu sarai rovinato.-
Un leggero sorriso comparve sulla faccia di Ludlow: -Voi non potete averli uccisi. Erano macchine fatte per uccidere, enormi e inarrestabili. Neanche con un carro armato avreste potuto fare nulla.-
-Sono morti-, ribadì Tom -E tra non molto lo sarai anche tu.-
Tom sferrò un altro destro, ma Ludlow riuscì a sfuggirgli, sgusciando alla sua sinistra e infilandosi nella cabina di comando, sbattendo la porta dietro di sè.
-Apri la porta, farabutto!- urlò Fockler lanciandosi sulla maniglia. Ma Ludlow l’aveva già bloccata.
-Tu, perché non hai ammazzato Sullivan? Ti ho pagato fior di quattrini!- gridò di rimando, sbattendo rabbiosamente un pugno contro al vetro.
-Grazie tante, il conto in banca mi è stato molto utile nella giungla!-
-Conosciamo questa nave meglio di te, Ludlow-, disse Tom -Questa non è l’unica entrata!-
Uno stridere di gomme interruppe il litigio. Da uno dei capannoni sbucò una fiammante spider rossa, guidata chiaramente da un pazzo. L’auto si fermò ad una decina di metri dalla stiva della SS Venture, e ne uscirono un uomo e una donna, che portava in braccio un grosso fagotto.
D’un tratto, il fagotto emise un forte e prolungato lamento.
-Sono Malcom e la Harding-, disse Sullivan -E hanno il piccolo!-
-Il piccolo…- mormorò Ludlow.
-Allora, hai intenzione di…- disse Foclker voltandosi. Ma si bloccò. Ludlow era scomparso dalla cabina di comando.
Lo videro sbucare da una porta alcuni ponti più in basso, mentre correva verso la stiva. Malcom e Sarah intanto ne erano appena usciti, e così com’erano apparsi, scomparvero nella notte.
Tom si incamminò verso le scale: -Andiamo, nella stiva sarà in trappola.-
-Aspetta-, disse Sullivan mettendogli il braccio davanti -I richiami del piccolo attireranno il maschio. Ludlow è già in trappola.-
Sullivan non aveva neanche terminato di pronunciare la frase che i caratteristici, pesanti passi del maschio iniziarono a riecheggiare nel porto. La parete di cartongesso che la macchina di Malcom aveva bucato cadde come un castello di carte al passaggio del possente carnivoro. Lentamente e inesorabilmente, si avvicinò alla stiva, entrandovi con cautela.
Tutto ciò che Tom, Sullivan e Fockler udirono in seguito fu un silenzio surreale, seguito da una lunga serie di grida di dolore soffocate.
3x12: Mainland
San Diego – SS Venture, 26 Maggio 1997, ore 03:34
-Quindici anni fa, John Hammond ebbe un sogno…-
Le parole di Peter Ludlow si diffondevano sulla lunga fila di limousine all’ingresso del porto di San Diego. Dalle vetture uscivano uomini distinti, tutti in giacca e cravatta, chi solo, chi accompagnato dalla moglie. Soci, azionisti, pesci grandi e piccoli della InGen erano accorsi al porto all’invito di Ludlow, nonostante fosse notte fonda.
Le entrate erano sorvegliate da numerosi uomini della capitaneria di porto, che controllavano ogni persona che entrava. Proprio dall’ingresso principale, una coppia aveva qualche difficoltà a passare.
-Salve, è qui il grande evento?- chiese Malcom all’ufficiale di guardia, scendendo dalla macchina.
-No, mi dispiace, è proprietà privata.-
-Siamo sulla lista.-
Le voci dei due si sovrapposero subito.
-Deve voltarsi, andare alla sua macchina e tornare a casa.- disse la guardia.
-Io sono il professor Malcom, e lei è la dottoressa Harding, stiamo cercando di…-
-Ah, molto interessante.- rispose, iniziando a chiudere il cancello.
Anche Sarah cercò di intromettersi, ma fu inutile. L’ufficiale gli chiuse il cancello in faccia.
Temporaneamente sconfitti, i due si misero ad osservare da lontano Ludlow, che sembrava aver finito il suo breve discorso. Una persona gli si avvicinò, gli sussurrò qualcosa all’orecchio e si allontanarono insieme, non prima che Ludlow si fermasse da un’altra guardia e gli sussurrasse qualcosa all’orecchio indicandoli. Subito dopo l’ufficiale iniziò ad incamminarsi verso di loro.
-Cosa pensi che voglia?- chiese Sarah.
-Quello che vogliono tutti, farci andare via da qui.- rispose Malcom.
Con loro enorme sorpresa, la guardia aprì il cancello e gli fece segno di passare: -Il Signor Ludlow vi invita ad entrare.-
Così Malcom e Sarah oltrepassarono il cancello, lanciando occhiate di scherno alla guardia che prima li aveva lasciati fuori, e si trovarono inaspettatamente proprio dove volevano essere.
Ludlow non era ancora tornato, e tutti stavano guardando intensamente qualcosa nell’oscurità.
-Che cosa guardano tutti?- chiese Sarah.
Malcom rispose dopo alcuni secondi: -Era meglio restare in macchina.-
Dall’oscurità emerse maestosa la figura della SS Venture, lanciata verso il molo a tutta velocità.
Il panico si sparse in un secondo. Le persone che un attimo prima fissavano il buio come imbambolate, si ritrovarono senza nemmeno accorgersene a correre come forsennati per avere salva la vita.
Lo schianto fu tremendo. L’enorme mole della SS Venture penetrò con facilità la struttura in legno del molo, spostando tutto quello che incontrava sul suo passaggio: strutture d’acciaio per sollevare carichi, prefabbricati e automobili non erano altro che brustolini che venivano spazzati via.
La corsa della nave si arrestò dopo parecchi metri, lasciando dietro di sé una lunga scia di distruzione.
Dopo lo schianto, un’apparente calma calò sul molo. Ludlow si trovò stranamente sdraiato proprio di fianco a Malcom e Sarah. I tre non si considerarono, e Ludlow si alzò per andarsene. Una guardia gli si avvicinò:
-Sta bene Signor Ludlow?-
-Non ne ho idea. Che aspetto ho?-
La guardia non rispose. Si affrettò verso la nave, con Ludlow alle calcagna, si arrampicò su per i vari ponti ed entrò nella cabina di comando.
-Oh mio Dio…- disse.
-Dove l’equipaggio?- chiese Ludlow, che data la sua bassa statura non poteva vedere oltre la spalla dell’uomo.
-Un po’ dappertutto.- rispose questi, ed entrò.
Ludlow lo seguì solo di pochi passi: una mano mozzata pendeva dal timone, tenendo ancora ben salda la presa. Il corpo dell’uomo, orrendamente mutilato, giaceva sul suolo in un lago di sangue. Dopo questa visione, rischiò di sentirsi male ed uscì.
Malcom e Sarah si trovavano vicino alla stiva, alcuni ponti più in basso. I pesanti portelli d’acciaio posti a copertura dei carichi si alzavano e abbassavano ritmicamente di alcuni centimetri, come se fossero in tilt. Malcom guardò Sarah, ferma proprio davanti alla stiva, che si voltò a sua volta verso i portelli. Capirono entrambi maledettamente bene cosa conteneva la stiva.
Ludlow uscì dalla cabina di comando: -Controllate la stiva di carico! Potrebbe esserci qualcuno dell’equipaggio!-
-Abbandonate la nave, presto!- gridò Malcom. Ma nessuno lo ascoltò. Una guardia si avvicinò ad una piccola torretta piena di tasti, tolse una manopola dalla mano inerme di un membro dell’equipaggio morto e premette un bottone.
-No, no, fermo!- urlò troppo tardi Malcom sporgendosi verso l’uomo. I portelloni, che fino a quel momento si erano sempre mossi debolmente, schizzarono improvvisamente verso l’alto. Una grossa ombra li spingeva nel tentativo di uscire dalla stiva. Con un ultimo colpo, il Tirannosauro si aprì definitivamente la strada verso la libertà, rivelandosi in tutta la sua grandezza agli spettatori attoniti. Confuso e spaesato, si diresse subito verso il molo, scese dalla nave e proseguì in direzione della città, lasciando gli uomini dietro di sé in uno strano stato di perplessità: era successo davvero o l’avevano solo sognato?
Un lungo ruggito arrivò a risvegliarli. Era successo davvero.
San Diego – Porto, 26 Maggio 1997, ore 03:45
Nella concitazione che seguì lo schianto della nave, nessuno fece caso a sette figure che uscirono da una delle porte della nave mentre nessuno li osservava. Non appena gli uomini iniziarono a sciamare sul ponte, si confusero con loro, andando sul molo e dirigendosi verso la città.
Il loro piano era compiuto. Il risultato di tre anni di sacrifici e privazioni aveva finalmente dato i suoi frutti. Erano salvi, liberi, finalmente tornati alla civiltà.
La loro gioia era incontenibile. Il loro piano successivo era molto semplice. Recarsi alla prima stazione di polizia, raccontare tutta la storia , denunciando quel bastardo di Ludlow e tutta la sua maledetta compagnia e riprendersi le proprie vite.
Purtroppo nessuno di loro sapeva che la stiva conteneva un Tirannosauro. Un intoppo non indifferente.
Si fermarono davanti alla porta della capitaneria di porto, iniziando a discutere sulle loro mosse successive. Susan sosteneva che quella non era più la loro battaglia, che il loro piano era già stato abbastanza titanico, e che era stanca di correre e scappare continuamente. Nessuno se la sentiva di darle completamente torto, ma il senso del dovere di Tom non lo avrebbe mai fatto dormire serenamente sapendo che non aveva portato a termine il suo compito fino in fondo. Lui era un ranger, e c’era un Tirannosauro libero.
Alla fine riuscirono a raggiungere un accordo: Susan, Barry, Claude e Strauss si sarebbero diretti verso la più vicina stazione di polizia, per fornire alle forze dell’ordine almeno la loro esperienza in materia di rettili giganti. Tom, Kent e Sullivan avrebbero invece cercato direttamente di fermare il Rex, Ludlow o entrambi.
I saluti non furono facili. Anche se sapevano che probabilmente si sarebbero rivisti di lì a poco, separarsi di nuovo, quando l’obbiettivo era già stato raggiunto, era straziante. La classica formula ‘non è un addio, ma un arrivederci’ non funzionò affatto. Susan versò un mare di lacrime.
Quando il gruppo guidato da Barry sparì alla vista, Tom si girò verso i compagni rimasti:
-Bene. Ora che facciamo?-
-Io direi di rivolgerci alle autorità.- disse Kent indicando la porta della capitaneria di porto alle sue spalle.
-Ah, si? E come pensi di fare?- chiese Sullivan.
-Semplice. Gli dirò quello che sta succedendo.- rispose, girando la maniglia.
-Abbiamo un Tirannosauro libero!- disse a gran voce entrando. Nessuno lo considerò. I telefoni squillavano freneticamente, e ogni persona nello stabile sembrava troppo indaffarata anche solo per tirare su la testa dalle proprie scartoffie.
-Non mi hanno degnato di uno sguardo,- disse Kent richiudendo la porta -Sono tutti indaffarati per via della nave. Il Rex non l’ha ancora visto nessuno.-
-Hai qualche altra idea brillante, genio?- chiese Sullivan sarcastico.
-Si. Avvertirò la polizia!- disse risolutamente Kent, e tornò dentro chiudendo la porta dietro di sé.
La situazione all’interno non era cambiata, e nuovamente nessuno fece caso al nuovo arrivato. Kent si avviò verso la scrivania più vicina: -Posso?- chiese alla donna seduta alla scrivania, afferrando la cornetta del telefono. Lei non rispose, pensando che fosse soltanto un collega che doveva fare una chiamata urgente.
-Il numero della polizia è ancora il 911, vero?- chiese Kent.
Fu a quel punto che la donna alzò lo sguardo su di lui. L’aria inizialmente seccata fu subito sostituita da un grande stupore non appena vide i vestiti logori, la barba incolta e il viso sconosciuto dell’uomo.
-Ma lei da dove diavolo è arrivato?- chiese con gli occhi fuori dalle orbite.
-Dall’isola dei pirati, perché?- rispose distrattamente Kent.
Sullivan stava pensando di entrare e recuperare Fockler, quando questi uscì.
-Anche la carta della polizia è andata male. Mi hanno riso in faccia.-
-Rideranno meno quando ogni cittadino di San Diego li chiamerà terrorizzato.- disse Tom.
Erano di nuovo senza un piano. Fermare il Tirannosauro a mani nude non era una grande idea, e sfortunatamente erano a corto di qualunque tipo di mezzo o veicolo. Rimaneva solo una cosa da fare.
-Torniamo indietro.- disse Tom
-Al porto? E perché?- chiese Sullivan.
Tom si prese alcuni secondi prima di rispondere: -Andiamo a cercare Ludlow.-
-Quindici anni fa, John Hammond ebbe un sogno…-
Le parole di Peter Ludlow si diffondevano sulla lunga fila di limousine all’ingresso del porto di San Diego. Dalle vetture uscivano uomini distinti, tutti in giacca e cravatta, chi solo, chi accompagnato dalla moglie. Soci, azionisti, pesci grandi e piccoli della InGen erano accorsi al porto all’invito di Ludlow, nonostante fosse notte fonda.
Le entrate erano sorvegliate da numerosi uomini della capitaneria di porto, che controllavano ogni persona che entrava. Proprio dall’ingresso principale, una coppia aveva qualche difficoltà a passare.
-Salve, è qui il grande evento?- chiese Malcom all’ufficiale di guardia, scendendo dalla macchina.
-No, mi dispiace, è proprietà privata.-
-Siamo sulla lista.-
Le voci dei due si sovrapposero subito.
-Deve voltarsi, andare alla sua macchina e tornare a casa.- disse la guardia.
-Io sono il professor Malcom, e lei è la dottoressa Harding, stiamo cercando di…-
-Ah, molto interessante.- rispose, iniziando a chiudere il cancello.
Anche Sarah cercò di intromettersi, ma fu inutile. L’ufficiale gli chiuse il cancello in faccia.
Temporaneamente sconfitti, i due si misero ad osservare da lontano Ludlow, che sembrava aver finito il suo breve discorso. Una persona gli si avvicinò, gli sussurrò qualcosa all’orecchio e si allontanarono insieme, non prima che Ludlow si fermasse da un’altra guardia e gli sussurrasse qualcosa all’orecchio indicandoli. Subito dopo l’ufficiale iniziò ad incamminarsi verso di loro.
-Cosa pensi che voglia?- chiese Sarah.
-Quello che vogliono tutti, farci andare via da qui.- rispose Malcom.
Con loro enorme sorpresa, la guardia aprì il cancello e gli fece segno di passare: -Il Signor Ludlow vi invita ad entrare.-
Così Malcom e Sarah oltrepassarono il cancello, lanciando occhiate di scherno alla guardia che prima li aveva lasciati fuori, e si trovarono inaspettatamente proprio dove volevano essere.
Ludlow non era ancora tornato, e tutti stavano guardando intensamente qualcosa nell’oscurità.
-Che cosa guardano tutti?- chiese Sarah.
Malcom rispose dopo alcuni secondi: -Era meglio restare in macchina.-
Dall’oscurità emerse maestosa la figura della SS Venture, lanciata verso il molo a tutta velocità.
Il panico si sparse in un secondo. Le persone che un attimo prima fissavano il buio come imbambolate, si ritrovarono senza nemmeno accorgersene a correre come forsennati per avere salva la vita.
Lo schianto fu tremendo. L’enorme mole della SS Venture penetrò con facilità la struttura in legno del molo, spostando tutto quello che incontrava sul suo passaggio: strutture d’acciaio per sollevare carichi, prefabbricati e automobili non erano altro che brustolini che venivano spazzati via.
La corsa della nave si arrestò dopo parecchi metri, lasciando dietro di sé una lunga scia di distruzione.
Dopo lo schianto, un’apparente calma calò sul molo. Ludlow si trovò stranamente sdraiato proprio di fianco a Malcom e Sarah. I tre non si considerarono, e Ludlow si alzò per andarsene. Una guardia gli si avvicinò:
-Sta bene Signor Ludlow?-
-Non ne ho idea. Che aspetto ho?-
La guardia non rispose. Si affrettò verso la nave, con Ludlow alle calcagna, si arrampicò su per i vari ponti ed entrò nella cabina di comando.
-Oh mio Dio…- disse.
-Dove l’equipaggio?- chiese Ludlow, che data la sua bassa statura non poteva vedere oltre la spalla dell’uomo.
-Un po’ dappertutto.- rispose questi, ed entrò.
Ludlow lo seguì solo di pochi passi: una mano mozzata pendeva dal timone, tenendo ancora ben salda la presa. Il corpo dell’uomo, orrendamente mutilato, giaceva sul suolo in un lago di sangue. Dopo questa visione, rischiò di sentirsi male ed uscì.
Malcom e Sarah si trovavano vicino alla stiva, alcuni ponti più in basso. I pesanti portelli d’acciaio posti a copertura dei carichi si alzavano e abbassavano ritmicamente di alcuni centimetri, come se fossero in tilt. Malcom guardò Sarah, ferma proprio davanti alla stiva, che si voltò a sua volta verso i portelli. Capirono entrambi maledettamente bene cosa conteneva la stiva.
Ludlow uscì dalla cabina di comando: -Controllate la stiva di carico! Potrebbe esserci qualcuno dell’equipaggio!-
-Abbandonate la nave, presto!- gridò Malcom. Ma nessuno lo ascoltò. Una guardia si avvicinò ad una piccola torretta piena di tasti, tolse una manopola dalla mano inerme di un membro dell’equipaggio morto e premette un bottone.
-No, no, fermo!- urlò troppo tardi Malcom sporgendosi verso l’uomo. I portelloni, che fino a quel momento si erano sempre mossi debolmente, schizzarono improvvisamente verso l’alto. Una grossa ombra li spingeva nel tentativo di uscire dalla stiva. Con un ultimo colpo, il Tirannosauro si aprì definitivamente la strada verso la libertà, rivelandosi in tutta la sua grandezza agli spettatori attoniti. Confuso e spaesato, si diresse subito verso il molo, scese dalla nave e proseguì in direzione della città, lasciando gli uomini dietro di sé in uno strano stato di perplessità: era successo davvero o l’avevano solo sognato?
Un lungo ruggito arrivò a risvegliarli. Era successo davvero.
San Diego – Porto, 26 Maggio 1997, ore 03:45
Nella concitazione che seguì lo schianto della nave, nessuno fece caso a sette figure che uscirono da una delle porte della nave mentre nessuno li osservava. Non appena gli uomini iniziarono a sciamare sul ponte, si confusero con loro, andando sul molo e dirigendosi verso la città.
Il loro piano era compiuto. Il risultato di tre anni di sacrifici e privazioni aveva finalmente dato i suoi frutti. Erano salvi, liberi, finalmente tornati alla civiltà.
La loro gioia era incontenibile. Il loro piano successivo era molto semplice. Recarsi alla prima stazione di polizia, raccontare tutta la storia , denunciando quel bastardo di Ludlow e tutta la sua maledetta compagnia e riprendersi le proprie vite.
Purtroppo nessuno di loro sapeva che la stiva conteneva un Tirannosauro. Un intoppo non indifferente.
Si fermarono davanti alla porta della capitaneria di porto, iniziando a discutere sulle loro mosse successive. Susan sosteneva che quella non era più la loro battaglia, che il loro piano era già stato abbastanza titanico, e che era stanca di correre e scappare continuamente. Nessuno se la sentiva di darle completamente torto, ma il senso del dovere di Tom non lo avrebbe mai fatto dormire serenamente sapendo che non aveva portato a termine il suo compito fino in fondo. Lui era un ranger, e c’era un Tirannosauro libero.
Alla fine riuscirono a raggiungere un accordo: Susan, Barry, Claude e Strauss si sarebbero diretti verso la più vicina stazione di polizia, per fornire alle forze dell’ordine almeno la loro esperienza in materia di rettili giganti. Tom, Kent e Sullivan avrebbero invece cercato direttamente di fermare il Rex, Ludlow o entrambi.
I saluti non furono facili. Anche se sapevano che probabilmente si sarebbero rivisti di lì a poco, separarsi di nuovo, quando l’obbiettivo era già stato raggiunto, era straziante. La classica formula ‘non è un addio, ma un arrivederci’ non funzionò affatto. Susan versò un mare di lacrime.
Quando il gruppo guidato da Barry sparì alla vista, Tom si girò verso i compagni rimasti:
-Bene. Ora che facciamo?-
-Io direi di rivolgerci alle autorità.- disse Kent indicando la porta della capitaneria di porto alle sue spalle.
-Ah, si? E come pensi di fare?- chiese Sullivan.
-Semplice. Gli dirò quello che sta succedendo.- rispose, girando la maniglia.
-Abbiamo un Tirannosauro libero!- disse a gran voce entrando. Nessuno lo considerò. I telefoni squillavano freneticamente, e ogni persona nello stabile sembrava troppo indaffarata anche solo per tirare su la testa dalle proprie scartoffie.
-Non mi hanno degnato di uno sguardo,- disse Kent richiudendo la porta -Sono tutti indaffarati per via della nave. Il Rex non l’ha ancora visto nessuno.-
-Hai qualche altra idea brillante, genio?- chiese Sullivan sarcastico.
-Si. Avvertirò la polizia!- disse risolutamente Kent, e tornò dentro chiudendo la porta dietro di sé.
La situazione all’interno non era cambiata, e nuovamente nessuno fece caso al nuovo arrivato. Kent si avviò verso la scrivania più vicina: -Posso?- chiese alla donna seduta alla scrivania, afferrando la cornetta del telefono. Lei non rispose, pensando che fosse soltanto un collega che doveva fare una chiamata urgente.
-Il numero della polizia è ancora il 911, vero?- chiese Kent.
Fu a quel punto che la donna alzò lo sguardo su di lui. L’aria inizialmente seccata fu subito sostituita da un grande stupore non appena vide i vestiti logori, la barba incolta e il viso sconosciuto dell’uomo.
-Ma lei da dove diavolo è arrivato?- chiese con gli occhi fuori dalle orbite.
-Dall’isola dei pirati, perché?- rispose distrattamente Kent.
Sullivan stava pensando di entrare e recuperare Fockler, quando questi uscì.
-Anche la carta della polizia è andata male. Mi hanno riso in faccia.-
-Rideranno meno quando ogni cittadino di San Diego li chiamerà terrorizzato.- disse Tom.
Erano di nuovo senza un piano. Fermare il Tirannosauro a mani nude non era una grande idea, e sfortunatamente erano a corto di qualunque tipo di mezzo o veicolo. Rimaneva solo una cosa da fare.
-Torniamo indietro.- disse Tom
-Al porto? E perché?- chiese Sullivan.
Tom si prese alcuni secondi prima di rispondere: -Andiamo a cercare Ludlow.-
3x11: Massacre
Isla Sorna – SS Venture, 25 Maggio 1997, ore 01:14
Il Tenente di vascello Lewis Anderson guardò l’orologio: l’una e un quarto. Finalmente erano riusciti a partire. Avevano ricevuto l’ordine di aspettare che la squadra InGen portasse a bordo un carico importante non specificato, ed erano arrivati maledettamente in ritardo. La sola operazione di carico aveva portato via più di un’ora e mezza, e tutti i membri della squadra sembravano appena usciti dall’isola di King Kong, pieni di tagli, graffi e lordi di sangue.
Nessuno aveva voluto dirgli cos’era successo, fino a che la secca risposta di Ludlow, prima che se ne andasse in elicottero, ‘si limiti a fare il suo lavoro Tenente. Ci porti via da qui’, aveva smorzato la sua curiosità. Maledetto omuncolo da strapazzo.
Anderson uscì dal proprio alloggio diretto alla cabina di comando. Forse l’addetto alle comunicazioni poteva dargli qualche buona notizia. Dopo aver percorso appena una ventina di metri nel corridoio, qualcosa lo spinse da dietro con tale forza da farlo cadere a faccia in giù.
-Ma chi..?- disse girandosi, ancora al suolo.
Ciò che vide lo lasciò impietrito. Un grosso lucertolone lungo almeno tre metri, totalmente biancastro e con gli occhi iniettati di sangue lo stava puntando.
-Ma… Dev’essere un incubo!- esclamò.
Attratto dal rumore, il Raptor gli balzò addosso.
-AAAAAAAAAAAAHHHHHH!!!!!!!!!!-
Isla Sorna – SS Venture, 25 Maggio 1997, ore 01:16
-Cosa diavolo è stato?- esclamò Tom balzando in piedi. Stavano tutti riposando in cucina.
-Non proveniva da fuori, era qui, nella nave!- disse Claude.
Tom si avvicinò alla porta, premendogli contro un orecchio. Non sentendo niente, la aprì molto lentamente, per poi uscire.
-Non c’è niente-, disse -Dovremo andare ad investigare.-
-Un’ottima idea!- sbottò Claude -Sentiamo un urlo straziante e che facciamo? Andiamo a vedere cos’è successo!-
-Non fare la femminuccia, ci siamo trovati in situazioni peggiori.- rispose Tom. Poi continuò, rivolto a tutto il gruppo: -Andremo solo noi due, saremo più veloci. State attenti e sorvegliate tutte le entrate.-
Claude lo seguì lungo il corridoio: perlustrarono tutto il piano senza trovare nulla. Salirono con cautela al ponte superiore, e dopo aver percorso qualche decina di metri svoltarono a destra ad un bivio, trovandosi davanti uno spettacolo raccapricciante: un Raptor albino stava pasteggiando con i resti del Tenente Anderson.
Facendo attenzione a non fare il minimo rumore, iniziarono ad indietreggiare, prima di un passo, poi di un altro. Arrivati all’altezza del bivio che avevano preso prima, stavano per voltarsi e andarsene, quando un altro rumore alle loro spalle li bloccò: un leggero ticchettio, seguito da flebili sbuffi.
Il rumore aveva attirato anche il Raptor, che aveva sospeso il suo pasto e si era cautamente avvicinato a loro. Le fauci sporche di sangue emanavano un odore nauseante.
Lentamente, misurando i centimetri, Tom e Claude cominciarono a voltarsi, sperando di non avere alle spalle un altro Raptor.
Il cuore di Tom gli balzò il gola: la creatura che avevano davanti era ben più grande di un Raptor. Era più lungo, più alto e più massiccio. Come il Raptor la pelle era biancastra, e gli occhi rossi. La testa era sormontata da due piccole creste. Un Dilophosaurus.
Presi tra due fuochi, un Raptor da una parte e un Dilophosaurus dall’altra. Peggio di così non poteva andare. Il carnivoro allungò il collo verso Claude, annusando l’aria. La reazione del francese fu rapidissima: senza pensarci due volte si buttò addosso a Tom, placcandolo come in una partita di rugby, gridando: -GIÙ!-
I due atterrarono pesantemente sul pavimento di metallo, a poca distanza dal Dilophosaurus. I due carnivori ebbero poco tempo per riprendersi: attratti dal rumore, si lanciarono entrambi in avanti, scontrandosi con forza. Il Raptor, che aveva più spinta, riuscì miracolosamente a far perdere l’equilibrio all’avversario, che cadde sul fianco destro. Il predatore più piccolo lo azzannò prontamente al collo, raggiunto da un suo simile sbucato da chissà dove.
Nell’arco di questi pochi secondi, Tom e Claude avevano già raggiunto le scale in fondo al corridoio, con Tom che non aveva smesso per un attimo di ripetere ‘Maledetti Raptor, maledetti Raptor!’. Ripercorsero a ritroso il loro cammino e si precipitarono in cucina.
-I Rapt… I Dil… Un casino! Sangue ovun…- Cercò di dire Tom, col fiatone.
-Dottore, il paziente mi sembra un po’ scosso. Devo colpirlo per calmarlo?- chiese Kent e Strauss.
-Lascia stare, Kent.- disse Claude. E spiegò a presenti tutto quello che avevano visto e passato da quando avevano lasciato la cucina.
-E così la nave è infestata dai Dinosauri albini.- disse Kent -Dovremo liberarcene, o questo non sarà un viaggio tranquillo.-
-Dobbiamo avvertire l’equipaggio e la squadra InGen. Loro sono armati, potremo difenderci meglio.- disse Sullivan.-
Claude aprì con cautela la porta della cucina e mise fuori la testa. Non vedendo segnali di pericolo la spalancò per far uscire i suoi compagni. Appena la richiuse, fu come se qualcuno avesse scoperchiato il vaso di pandora: urla disumane provenivano da tutte le direzioni, seguiti da profondi sibili e colpi d’arma da fuoco. Senza perdere altro tempo, il gruppo si avviò su per le scale, nella stessa direzione che avevano seguito Tom e Claude poco prima. Arrivati al corridoio superiore però furono bloccati dal Raptor in fondo al corridoio che stava finendo il suo pasto, questa volta a base di Dilophosaurus. Il suo compagno giaceva a terra inerme. A quanto pare il Dilophosaurus si era fatto valere prima di cadere.
-Di qua non si passa. Dietrofront.- disse Tom. Susan, che era l’ultima della fila, si voltò, aprì la porta e fece per uscire, ma si trovò la strada sbarrata da un altro Raptor.
‘Maledizione’ pensò Kent. Se non escogitavano qualcosa rapidamente, sarebbero finiti tutti sbudellati dai due Raptor. Il carnivoro fece un passo avanti, sibilando. Annusò i contorni della porta, e una volta capito lo spazio che aveva a disposizione rivolse nuovamente l’attenzione al gruppo, ruggendo.
Fu lì che si bloccò. Nell’aria carica di tensione, il colpo d’arma da fuoco quasi non si sentì, ma il Raptor si zittì di colpo, con la bocca ancora aperta. Un grosso foro si apriva nel lato sinistro del cranio. Il predatore si afflosciò su sé stesso e cadde al suolo.
Susan ora poteva sentire i passi del loro salvatore che salivano le scale. Si sporse in avanti per scorgerlo, e dopo pochi attimi sulla porta si stagliò la figura di Barry Sheridan, con in mano un fucile. Susan ci mise alcuni secondi per riaversi: -Barry!!- urlò, saltandogli al collo e avvolgendolo in un lungo bacio appassionato.
-Però-, disse Sheridan liberandosi dolcemente -Se avessi saputo prima che avrei ricevuto questa ricompensa, sarei scomparso molto prima!-
Dopo che ebbe ricevuto il bentornato da tutti, Strauss gli si avvicinò e gli batté una mano sulla spalla: - È bello rivederti, figliolo. Ma come hai fatto a cavartela?-
-Non ne sono del tutto sicuro-, rispose Sheridan -So solo che ho ruzzolato con quel Raptor per un bel pezzo, poi siamo caduti per un paio di metri in un piccolo burrone. Io sono caduto su dei cespugli, lui sulla nuda roccia. E non si è più rialzato.-
-Da non credere. E il fucile?-
-L’ho preso ad un membro della squadra InGen che non ne aveva più bisogno. Qua si sta scatenando il finimondo.-
Tom s’intromise: -L’abbiamo notato. A proposito, come la mettiamo con l’ospite a cena?- chiese, indicando il Raptor che stava sbranando il Dilophosaurus.
-Ci penso io a lui.- disse Sheridan caricando il fucile. Si avvicinò al Raptor a passi lenti me decisi, e quando fu a pochi metri, gli sparò alla testa, centrando in pieno il bersaglio.
-Bene. Ora quel’è il piano?- disse, caricando nuovamente il fucile.
-Alla cabina di comando, e alla svelta!- esclamò Claude passandogli accanto.
Incredibilmente trovarono pochissima resistenza mentre salivano di ponte in ponte per arrivare alla cabina di comando. Sheridan dovette usare il fucile ben poche volte, mentre assistevano, man mano che avanzavano, a continue scene di lotta tra il personale di bordo, la squadra InGen e i Dinosauri albini.
Finalmente, dopo una ventina di minuti di viaggio e dopo essersi persi almeno quattro volte, raggiunsero la porta che desideravano. Kent la spalancò e la trovò vuota. C’era sangue dappertutto, e una mano tranciata di netto pendolava dal timone.
-Che brutto spettacolo…- mormorò Kent.
-Forza, cerchiamo di avvertire l’equipaggio- disse Tom. Si guardò intorno fino a trovare un microfono, e dopo averlo azionato la sua voce venne enormemente amplificata dai megafoni posti su tutta la nave: -A TUTTI I PRESENTI SULLA SS VENTURE, VI PARLO DALLA CABINA DI COMANDO. È INUTILE CHE VI DICA COSA STA SUCCEDENDO; MA QUI SIAMO ARMATI E AL SICURO. RAGGIUNGETECI, PRESTO!!-
Appena smise di parlare, calò un silenzio impensabile fino a pochi minuti prima.
-Spero di aver colto nel segno.- disse Tom.
Sheridan si avvicinò all’ampia vetrata, scrutando all’esterno: -Ma perché non si sente più nulla?-
I minuti passavano interminabili. Periodicamente Tom ripeteva il messaggio nell’interfono, ma dopo mezz’ora si era fatto vivo solo un Dilophosaurus, che Sheridan si affrettò a liquidare. Stanco dell’attesa, Kent sbottò:
-Possibile che non sia rimasto nessuno??-
-Che si siano ammazzati tutti a vicenda?- chiese Susan.
-Sentite, cerchiamo di capire come funziona questa bagnarola-, disse Sullivan -Se qualcuno deve arrivare, arriverà.-
L’unico strumento che gli indicava la rotta era un grosso schermo incastonato tra altre apparecchiature. La lunga linea tratteggiata segnava come punto d’arrivo San Diego, e sembrava preimpostata.
Sullivan iniziò a pigiare tutti i pulsanti che vedeva: -Ma come diamine si modifica la rotta?-
-Ehi doc, guarda-, disse Tom -La leva della velocità. Almeno eviteremo di schiantarci una volta arrivati.-
Sullivan si avvicinò alla grande leva, posizionata su AVANTI TUTTA. L’afferrò con forza a la tirò indietro fino a STOP.
Niente.
Non si avvertì nessun cambiamento nelle vibrazioni sotto i loro piedi, né nessuna variazione percettibile nella velocità.
-Ma stiamo scherzando??- urlò Sullivan, furioso -Non ditemi che neanche la velocità si può cambiare! Cosa faremo una volta arrivati a San Diego?-
-Beh doc, io non mi preoccuperei più di tanto.- disse pacatamente Claude, che fino a quel momento era rimasto in disparte.
-Cosa vuoi dire?- chiese Sullivan.
-Innanzitutto la rotta è già impostata, quindi non ci stiamo perdendo in mezzo all’oceano. Questa è già una buona notizia. In più, questa nave è piuttosto grande e robusta, mentre i moli sono bassi e spesso di legno. Se anche non riuscissimo a ridurre la velocità, probabilmente ci incaglieremo, o nel peggiore dei casi distruggeremo il molo, ma non penso che né la nave né noi subiremo dei gran danni.-
-Quindi stai suggerendo di sederci ed aspettare di schiantarci nel porto?-
Claude si prese il suo tempo prima di rispondere: -Esatto.-
Oceano Pacifico – SS Venture, 26 Maggio 1997, ore 03:38
Erano trascorse più di ventiquattro ore dall’inizio del viaggio della SS Venture. I Survivors si erano rifugiati nuovamente in cucina, dove si erano rifocillati e riposati decentemente per la prima volta dopo tanto tempo.
Claude e Sullivan avevano discusso a lungo. La prospettiva di schiantarsi una volta arrivati a San Diego non era delle più allettanti, ma avevano provato e riprovato a governare la nave, senza il minimo successo. Alla fine anche Sullivan si era dovuto arrendere.
Sheridan e Kent avevano pattugliato la nave in lungo e in largo, senza trovare nessun sopravvissuto -uomo o Dinosauro-. Infine erano tornati nella cabina di comando, dove si davano il cambio per dormire e periodicamente aggiornavano il resto del gruppo con l’interfono sulla loro posizione.
Verso le tre e quaranta del mattino, tornarono in cucina e svegliarono tutti.
-Abbiamo preso un orologio ad un mercenario e lo abbiamo sincronizzato con il timer della rotta. L’arrivo è previsto tra meno di cinque minuti. Andiamo tutti nel corridoio, almeno non rischieremo di urtare nulla.- disse Sheridan.
Quando tutti furono usciti, guardò nuovamente l’orologio: -Siete tutti pronti? Lo schianto avverrà tra trenta secondi!-
Tutti si acquattarono e si ripararono meglio che poterono. Lui strinse forte Susan a sé.
-TENETEVI A QUALCOSA!- urlò Kent.
Il Tenente di vascello Lewis Anderson guardò l’orologio: l’una e un quarto. Finalmente erano riusciti a partire. Avevano ricevuto l’ordine di aspettare che la squadra InGen portasse a bordo un carico importante non specificato, ed erano arrivati maledettamente in ritardo. La sola operazione di carico aveva portato via più di un’ora e mezza, e tutti i membri della squadra sembravano appena usciti dall’isola di King Kong, pieni di tagli, graffi e lordi di sangue.
Nessuno aveva voluto dirgli cos’era successo, fino a che la secca risposta di Ludlow, prima che se ne andasse in elicottero, ‘si limiti a fare il suo lavoro Tenente. Ci porti via da qui’, aveva smorzato la sua curiosità. Maledetto omuncolo da strapazzo.
Anderson uscì dal proprio alloggio diretto alla cabina di comando. Forse l’addetto alle comunicazioni poteva dargli qualche buona notizia. Dopo aver percorso appena una ventina di metri nel corridoio, qualcosa lo spinse da dietro con tale forza da farlo cadere a faccia in giù.
-Ma chi..?- disse girandosi, ancora al suolo.
Ciò che vide lo lasciò impietrito. Un grosso lucertolone lungo almeno tre metri, totalmente biancastro e con gli occhi iniettati di sangue lo stava puntando.
-Ma… Dev’essere un incubo!- esclamò.
Attratto dal rumore, il Raptor gli balzò addosso.
-AAAAAAAAAAAAHHHHHH!!!!!!!!!!-
Isla Sorna – SS Venture, 25 Maggio 1997, ore 01:16
-Cosa diavolo è stato?- esclamò Tom balzando in piedi. Stavano tutti riposando in cucina.
-Non proveniva da fuori, era qui, nella nave!- disse Claude.
Tom si avvicinò alla porta, premendogli contro un orecchio. Non sentendo niente, la aprì molto lentamente, per poi uscire.
-Non c’è niente-, disse -Dovremo andare ad investigare.-
-Un’ottima idea!- sbottò Claude -Sentiamo un urlo straziante e che facciamo? Andiamo a vedere cos’è successo!-
-Non fare la femminuccia, ci siamo trovati in situazioni peggiori.- rispose Tom. Poi continuò, rivolto a tutto il gruppo: -Andremo solo noi due, saremo più veloci. State attenti e sorvegliate tutte le entrate.-
Claude lo seguì lungo il corridoio: perlustrarono tutto il piano senza trovare nulla. Salirono con cautela al ponte superiore, e dopo aver percorso qualche decina di metri svoltarono a destra ad un bivio, trovandosi davanti uno spettacolo raccapricciante: un Raptor albino stava pasteggiando con i resti del Tenente Anderson.
Facendo attenzione a non fare il minimo rumore, iniziarono ad indietreggiare, prima di un passo, poi di un altro. Arrivati all’altezza del bivio che avevano preso prima, stavano per voltarsi e andarsene, quando un altro rumore alle loro spalle li bloccò: un leggero ticchettio, seguito da flebili sbuffi.
Il rumore aveva attirato anche il Raptor, che aveva sospeso il suo pasto e si era cautamente avvicinato a loro. Le fauci sporche di sangue emanavano un odore nauseante.
Lentamente, misurando i centimetri, Tom e Claude cominciarono a voltarsi, sperando di non avere alle spalle un altro Raptor.
Il cuore di Tom gli balzò il gola: la creatura che avevano davanti era ben più grande di un Raptor. Era più lungo, più alto e più massiccio. Come il Raptor la pelle era biancastra, e gli occhi rossi. La testa era sormontata da due piccole creste. Un Dilophosaurus.
Presi tra due fuochi, un Raptor da una parte e un Dilophosaurus dall’altra. Peggio di così non poteva andare. Il carnivoro allungò il collo verso Claude, annusando l’aria. La reazione del francese fu rapidissima: senza pensarci due volte si buttò addosso a Tom, placcandolo come in una partita di rugby, gridando: -GIÙ!-
I due atterrarono pesantemente sul pavimento di metallo, a poca distanza dal Dilophosaurus. I due carnivori ebbero poco tempo per riprendersi: attratti dal rumore, si lanciarono entrambi in avanti, scontrandosi con forza. Il Raptor, che aveva più spinta, riuscì miracolosamente a far perdere l’equilibrio all’avversario, che cadde sul fianco destro. Il predatore più piccolo lo azzannò prontamente al collo, raggiunto da un suo simile sbucato da chissà dove.
Nell’arco di questi pochi secondi, Tom e Claude avevano già raggiunto le scale in fondo al corridoio, con Tom che non aveva smesso per un attimo di ripetere ‘Maledetti Raptor, maledetti Raptor!’. Ripercorsero a ritroso il loro cammino e si precipitarono in cucina.
-I Rapt… I Dil… Un casino! Sangue ovun…- Cercò di dire Tom, col fiatone.
-Dottore, il paziente mi sembra un po’ scosso. Devo colpirlo per calmarlo?- chiese Kent e Strauss.
-Lascia stare, Kent.- disse Claude. E spiegò a presenti tutto quello che avevano visto e passato da quando avevano lasciato la cucina.
-E così la nave è infestata dai Dinosauri albini.- disse Kent -Dovremo liberarcene, o questo non sarà un viaggio tranquillo.-
-Dobbiamo avvertire l’equipaggio e la squadra InGen. Loro sono armati, potremo difenderci meglio.- disse Sullivan.-
Claude aprì con cautela la porta della cucina e mise fuori la testa. Non vedendo segnali di pericolo la spalancò per far uscire i suoi compagni. Appena la richiuse, fu come se qualcuno avesse scoperchiato il vaso di pandora: urla disumane provenivano da tutte le direzioni, seguiti da profondi sibili e colpi d’arma da fuoco. Senza perdere altro tempo, il gruppo si avviò su per le scale, nella stessa direzione che avevano seguito Tom e Claude poco prima. Arrivati al corridoio superiore però furono bloccati dal Raptor in fondo al corridoio che stava finendo il suo pasto, questa volta a base di Dilophosaurus. Il suo compagno giaceva a terra inerme. A quanto pare il Dilophosaurus si era fatto valere prima di cadere.
-Di qua non si passa. Dietrofront.- disse Tom. Susan, che era l’ultima della fila, si voltò, aprì la porta e fece per uscire, ma si trovò la strada sbarrata da un altro Raptor.
‘Maledizione’ pensò Kent. Se non escogitavano qualcosa rapidamente, sarebbero finiti tutti sbudellati dai due Raptor. Il carnivoro fece un passo avanti, sibilando. Annusò i contorni della porta, e una volta capito lo spazio che aveva a disposizione rivolse nuovamente l’attenzione al gruppo, ruggendo.
Fu lì che si bloccò. Nell’aria carica di tensione, il colpo d’arma da fuoco quasi non si sentì, ma il Raptor si zittì di colpo, con la bocca ancora aperta. Un grosso foro si apriva nel lato sinistro del cranio. Il predatore si afflosciò su sé stesso e cadde al suolo.
Susan ora poteva sentire i passi del loro salvatore che salivano le scale. Si sporse in avanti per scorgerlo, e dopo pochi attimi sulla porta si stagliò la figura di Barry Sheridan, con in mano un fucile. Susan ci mise alcuni secondi per riaversi: -Barry!!- urlò, saltandogli al collo e avvolgendolo in un lungo bacio appassionato.
-Però-, disse Sheridan liberandosi dolcemente -Se avessi saputo prima che avrei ricevuto questa ricompensa, sarei scomparso molto prima!-
Dopo che ebbe ricevuto il bentornato da tutti, Strauss gli si avvicinò e gli batté una mano sulla spalla: - È bello rivederti, figliolo. Ma come hai fatto a cavartela?-
-Non ne sono del tutto sicuro-, rispose Sheridan -So solo che ho ruzzolato con quel Raptor per un bel pezzo, poi siamo caduti per un paio di metri in un piccolo burrone. Io sono caduto su dei cespugli, lui sulla nuda roccia. E non si è più rialzato.-
-Da non credere. E il fucile?-
-L’ho preso ad un membro della squadra InGen che non ne aveva più bisogno. Qua si sta scatenando il finimondo.-
Tom s’intromise: -L’abbiamo notato. A proposito, come la mettiamo con l’ospite a cena?- chiese, indicando il Raptor che stava sbranando il Dilophosaurus.
-Ci penso io a lui.- disse Sheridan caricando il fucile. Si avvicinò al Raptor a passi lenti me decisi, e quando fu a pochi metri, gli sparò alla testa, centrando in pieno il bersaglio.
-Bene. Ora quel’è il piano?- disse, caricando nuovamente il fucile.
-Alla cabina di comando, e alla svelta!- esclamò Claude passandogli accanto.
Incredibilmente trovarono pochissima resistenza mentre salivano di ponte in ponte per arrivare alla cabina di comando. Sheridan dovette usare il fucile ben poche volte, mentre assistevano, man mano che avanzavano, a continue scene di lotta tra il personale di bordo, la squadra InGen e i Dinosauri albini.
Finalmente, dopo una ventina di minuti di viaggio e dopo essersi persi almeno quattro volte, raggiunsero la porta che desideravano. Kent la spalancò e la trovò vuota. C’era sangue dappertutto, e una mano tranciata di netto pendolava dal timone.
-Che brutto spettacolo…- mormorò Kent.
-Forza, cerchiamo di avvertire l’equipaggio- disse Tom. Si guardò intorno fino a trovare un microfono, e dopo averlo azionato la sua voce venne enormemente amplificata dai megafoni posti su tutta la nave: -A TUTTI I PRESENTI SULLA SS VENTURE, VI PARLO DALLA CABINA DI COMANDO. È INUTILE CHE VI DICA COSA STA SUCCEDENDO; MA QUI SIAMO ARMATI E AL SICURO. RAGGIUNGETECI, PRESTO!!-
Appena smise di parlare, calò un silenzio impensabile fino a pochi minuti prima.
-Spero di aver colto nel segno.- disse Tom.
Sheridan si avvicinò all’ampia vetrata, scrutando all’esterno: -Ma perché non si sente più nulla?-
I minuti passavano interminabili. Periodicamente Tom ripeteva il messaggio nell’interfono, ma dopo mezz’ora si era fatto vivo solo un Dilophosaurus, che Sheridan si affrettò a liquidare. Stanco dell’attesa, Kent sbottò:
-Possibile che non sia rimasto nessuno??-
-Che si siano ammazzati tutti a vicenda?- chiese Susan.
-Sentite, cerchiamo di capire come funziona questa bagnarola-, disse Sullivan -Se qualcuno deve arrivare, arriverà.-
L’unico strumento che gli indicava la rotta era un grosso schermo incastonato tra altre apparecchiature. La lunga linea tratteggiata segnava come punto d’arrivo San Diego, e sembrava preimpostata.
Sullivan iniziò a pigiare tutti i pulsanti che vedeva: -Ma come diamine si modifica la rotta?-
-Ehi doc, guarda-, disse Tom -La leva della velocità. Almeno eviteremo di schiantarci una volta arrivati.-
Sullivan si avvicinò alla grande leva, posizionata su AVANTI TUTTA. L’afferrò con forza a la tirò indietro fino a STOP.
Niente.
Non si avvertì nessun cambiamento nelle vibrazioni sotto i loro piedi, né nessuna variazione percettibile nella velocità.
-Ma stiamo scherzando??- urlò Sullivan, furioso -Non ditemi che neanche la velocità si può cambiare! Cosa faremo una volta arrivati a San Diego?-
-Beh doc, io non mi preoccuperei più di tanto.- disse pacatamente Claude, che fino a quel momento era rimasto in disparte.
-Cosa vuoi dire?- chiese Sullivan.
-Innanzitutto la rotta è già impostata, quindi non ci stiamo perdendo in mezzo all’oceano. Questa è già una buona notizia. In più, questa nave è piuttosto grande e robusta, mentre i moli sono bassi e spesso di legno. Se anche non riuscissimo a ridurre la velocità, probabilmente ci incaglieremo, o nel peggiore dei casi distruggeremo il molo, ma non penso che né la nave né noi subiremo dei gran danni.-
-Quindi stai suggerendo di sederci ed aspettare di schiantarci nel porto?-
Claude si prese il suo tempo prima di rispondere: -Esatto.-
Oceano Pacifico – SS Venture, 26 Maggio 1997, ore 03:38
Erano trascorse più di ventiquattro ore dall’inizio del viaggio della SS Venture. I Survivors si erano rifugiati nuovamente in cucina, dove si erano rifocillati e riposati decentemente per la prima volta dopo tanto tempo.
Claude e Sullivan avevano discusso a lungo. La prospettiva di schiantarsi una volta arrivati a San Diego non era delle più allettanti, ma avevano provato e riprovato a governare la nave, senza il minimo successo. Alla fine anche Sullivan si era dovuto arrendere.
Sheridan e Kent avevano pattugliato la nave in lungo e in largo, senza trovare nessun sopravvissuto -uomo o Dinosauro-. Infine erano tornati nella cabina di comando, dove si davano il cambio per dormire e periodicamente aggiornavano il resto del gruppo con l’interfono sulla loro posizione.
Verso le tre e quaranta del mattino, tornarono in cucina e svegliarono tutti.
-Abbiamo preso un orologio ad un mercenario e lo abbiamo sincronizzato con il timer della rotta. L’arrivo è previsto tra meno di cinque minuti. Andiamo tutti nel corridoio, almeno non rischieremo di urtare nulla.- disse Sheridan.
Quando tutti furono usciti, guardò nuovamente l’orologio: -Siete tutti pronti? Lo schianto avverrà tra trenta secondi!-
Tutti si acquattarono e si ripararono meglio che poterono. Lui strinse forte Susan a sé.
-TENETEVI A QUALCOSA!- urlò Kent.
3x10: Sneak In
Isla Sorna – Villaggio, 24 Maggio 1997, ore 23:07
L’uomo non è fatto per la notte. I suoi occhi non vedono bene al buio, e anche gli altri sensi si assopiscono, non riuscendo assolutamente a bilanciare la mancanza della vista.
Questo era ciò che pensava Nick Van Owen mentre si addentrava nel Centro Comunicazioni. Dopo aver oltrepassato una sgangherata porta a vetri, si ritrovò in un salone piuttosto ampio, totalmente immerso nell’oscurità. Guidato solo dal cono di luce della sua potente torcia, strisciò lungo una parete coperta d’edera, cercando di orientarsi. Il murale di un Raptor lo fece sussultare. A fianco, un altro grosso murale, ritraente il Villaggio del Jurassic Park e l’entrata al parco attirò la sua attenzione.
-Mio Dio…- mormorò.
L’aprirsi e lo scricchiolio di una porta lo fecero trasalire.
-Ma che diavolo?-, disse, voltandosi di scatto a sinistra -È tutto…-
Indietreggiò, per entrare in un’altra stanza.
Isla Sorna – Villaggio, 24 Maggio 1997, ore 23:08
-Maledizione…- imprecò Fockler. La porta non sembrava così arrugginita. Nell’aprirla aveva scricchiolato debolmente, ma in quel silenzio assoluto gli sembrava di aver fatto un fracasso infernale.
Sperava solo che Van Owen non lo avesse sentito.
Avanzò lentamente, fino a trovarsi, una ventina di metri dopo, davanti ad un grosso murale di un Raptor. Un guizzo di luce alla sua destra attirò la sua attenzione. Muovendosi rapidamente in quella direzione, vide Van Owen dietro una piccola porta a vetri opaca. Aveva appoggiato la torcia e stava azionando alcune leve della radio. A quanto pare era riuscito a farla funzionare.
-CQU, CQU, qui capo raccolta operazioni InGen a base raccolta, ripeto: chiamo da parte del capo raccolta operazioni InGen, cerco… La base raccolta InGen!-
Una voce gracchiante rispose: -Avanti, capo raccolta.-
Fockler non poteva credere ai propri occhi. In tre anni non erano mai riusciti ad azionare la radio, e questo soggetto sbucato da chissà dove lo aveva fatto in pochi minuti.
Van Owen continuò: -Si… L’operazione ha subito numerosissime perdite, e i sopravvissuti sono ora in pericolo di vita. Dovete inviarci soccorsi immediati! Le nostre coordinate qui sono… Ehm, le nostre coordinate sono nove gradi, cinquantotto primi nord, ottantacinque gradi!-
Isla Sorna – Villaggio, 24 Maggio 1997, ore 23:15
Tom si stava arrovellando per trovare un’altra uscita dal Centro quando Fockler li raggiunse.
-Novità?- chiese al mercenario.
Fockler si guardò brevemente attorno prima di rispondere:
-Dimmelo tu. Mi sembra che manchi qualcuno.-
Il volto di Tom s’incupì: -Mary... È rimasta indietro. Non abbiamo potuto fare niente.-
-Che cosa vuoi dire? È morta?-
-Si, Kent-, rispose Claude. Quando siamo corsi qui dentro, è rimasta indietro e un Raptor l’ha assalita. Era l’ultima, e nessuno se ne è accorto.-
-Come si fa a non accorgersi di una cosa del genere??-
-Senti-, disse Claude in tono deciso, afferrandolo per le spalle -È successo tutto in un attimo. Non abbiamo davvero avuto il tempo di far niente. Ora dicci come ce ne andremo da qui.-
Fockler abbassò lo sguardo: -Ho sentito Van Owen parlare alla radio, ha dato le nostre coordinate. Manderanno alcuni elicotteri a fare la spola per trasportare i feriti più gravi. Lui e la sua squadra useranno uno di quelli. Ma per gli altri, e per i Dinosauri che hanno catturato, c’è una nave cargo già in attesa giù alla spiaggia.-
-Ci intrufoleremo lì. È la nostra unica speranza.- disse Tom.
-Prima dobbiamo trovare un modo per uscire da qui. Non possiamo usare la porta principale.- disse Strauss.
-Questo non dovrebbe essere un problema-, rispose Sullivan -Non conosco a menadito tutti gli edifici dell’isola, ma hanno tutti la stessa struttura di base, con alcuni punti in comune, tra cui ad esempio varie uscite laterali e posteriori. Dobbiamo solo trovarle.-
-Non sarà facile, con questo buio. Ho fatto fatica a seguire Van Owen-, disse Fockler -Sarà meglio muoversi.-
Isla Sorna – Villaggio, 24 Maggio 1997, ore 23:28
Il silenzio del Centro Comunicazioni contrastava fortemente con l’inferno che si stava scatenando all’esterno: tra le urla di disperazione dei fuggitivi e i ruggiti dei carnivori che gli davano la caccia, nessuno notò una piccola porta aprirsi nello stretto viottolo che correva dietro al Centro.
-Siamo fuori?- chiese piano Strauss.
-Sì. Ce l’abbiamo fatta.- rispose Fockler spalancando la porta per fare spazio ai compagni.
Insieme percorsero il viottolo, per trovarsi di fronte al cancello aperto del Villaggio. Sullivan guardò prima il cancello, poi Strauss.
-Stai scherzando, vero? Tutti i Raptor stanno entrando da lì!-
-Mi spiace, John. Dagli stabilimenti ci saranno tante uscite, ma dal Villaggio si entra e si esce solo da qua. Dovremo pregare.-
-Spero che tu sia il campione delle preghiere.- sospirò Sullivan.
-Ok, ce ne andremo da qui di corsa. Cerchiamo di restare uniti, più siamo meglio è. Pronti?- chiese Fockler.
-Sono nato pronto.- rispose Tom.
-D’accordo. Uno… Due... Tre! VIA VIA VIA!!!-
Scattarono tutti insieme. Superarono di slancio il cancello, si addentrarono nella giungla e corsero a perdifiato per il sentiero che portava alla spiaggia. Poche centinaia di metri che li separavano dalla libertà.
Ben presto le urla e il frastuono del Villaggio li abbandonarono: tutto quello che sentivano era il loro respiro affannoso, le frasche e i rami scostati nella corsa e il cuore che gli martellava nel petto.
Sheridan e Susan, nonostante tutto quello che avevano passato, non rimasero indietro, grazie all’adrenalina che gli pompava energia nei muscoli.
Si fermarono soltanto a una trentina di metri dalla spiaggia.
-Qui può andare-, disse Fockler, piegato in due mentre riprendeva fiato -Dobbiamo vedere dov’è la nave e se c’è qualcuno di guardia.-
-Anche se ci fosse qualcuno, penso che ci prenderebbero a bordo senza problemi. Sono disperati quanto noi.- disse Claude.
Sheridan e Susan erano gli ultimi del gruppo. Mentre percorrevano gli ultimi metri, lui volle stare dietro, tenendole la mano, perchè non si perdessero d’occhio a vicenda.
Improvvisamente lei si sentì strattonare. Si voltò e tutto ciò che vide fu un lampo bianco passarle davanti agli occhi e ruzzolare insieme a Sheridan nella vegetazione, scomparendo alla vista.
-BARRY!! NOOOOO!!!!- urlò Susan disperata, lanciandosi all’inseguimento.
Claude fu lesto ad afferrarla per la vita: -Cosa succede Susan, cos’è stato??-
-Non lo so, non lo so, ho solo visto qualcosa di bianco passarmi davanti e portarsi via Barry!!- disse lei, cercando di divincolarsi.
Tom si avvicinò: -Non ci saranno anche i Raptor albini!-
-Non possiamo stare qui. Dobbiamo raggiungere la nave, e di corsa!- disse Fockler
-No, non lascerò mai Barry!- gridò Susan
-Dispiace anche a me Susan, ma non possiamo fare più niente per lui, capisci? Niente!! Come non abbiamo potuto per Mary, e per tutti gli altri!- E si avviò lungo il sentiero, seguito ad uno ad uno dagli altri. Claude lasciò andare Susan, che con il viso rigato di lacrime seguì il gruppo senza obiettare.
Isla Sorna – Spiaggia, 24 Maggio 1997, ore 23:36
La gigantesca figura della nave si stagliava maestosa nel buio della spiaggia. Con una stazza simile non poteva cerco attraccare sulla riva, ma era ormeggiata molto più vicina di quanto ci si potesse aspettare. La lunghissima passerella metallica arrivava fino a una decina di metri dalla riva, permettendo di salirvi agevolmente.
-SS Venture…- lesse Claude sulla poppa.
Stranamente, non c’era nessuno di guardia, e non si vedeva nessuno muoversi sul ponte. I survivors salirono la passerella senza esitazione.
-Sembra proprio che non ci sia nessuno.- disse Tom.
-Forse sono tutti nei ponti inferiori. Penso che possiamo muoverci liberamente sulla nave, i membri della spedizione che arriveranno saranno messi peggio di noi, e non ci presteranno nessuna attenzione.- disse Claude.
Non ci furono urla di gioia, né baci o abbracci. Appena ebbero un secondo per rilassarsi, l’eccitazione e l’adrenalina del momento lasciarono il posto ad una profonda malinconia. La consapevolezza di non rivedere più quel luogo, che gli aveva dato tanta sofferenza ma anche tante soddisfazioni, la paura del futuro, del non sapere cosa potevano aspettarsi una volta tornati a casa, non giocavano a loro favore. E l’aver perso due compagni nel giro di mezz’ora, così vicini alla meta, non aiutava per niente.
Trovarono una porta, e si addentrarono nella nave. Scesero alcuni gradini e percorsero un lungo corridoio, con tante porte ai lati, tutte identiche. Si sentivano alcune voci, ma non incontrarono nessuno. Non volevano incontrare nessuno. Tom aprì alcune porte: erano tutte piccole camere da letto.
-Qui siamo negli alloggi dell’equipaggio.- disse.
Scesero di un altro ponte, dove trovarono più silenzio e molte meno porte. Dopo averne aperte alcune, Tom si trovò in un ambiente ampio e ben illuminato, con lunghi banconi di acciaio, fornelli e tanti cassetti e scompartimenti alle pareti: la cucina!
Dopo aver aperto alcuni barattoli di cibo in scatola e aver bevuto svariati litri d’acqua, la tensione di alleviò. I survivors potevano finalmente dirsi contenti: era ancora presto per cantare vittoria, ma il peggio era superato. Si trovavano al sicuro, all’interno di una nave che li avrebbe condotti sul continente… A casa.
Isla Sorna – Spiaggia, 24 Maggio 1997, ore 23:51
Gli odori e i rumori si accavallavano. Il frastuono del Villaggio era ormai lontano, ora altri rumori, più leggeri ma sempre poco familiari, li avevano sostituiti: una leggera brezza che muoveva le fronde, i passi che suonavano in modo strano nella sabbia, le onde che si infrangevano sulla spiaggia.
L’odore acre dell’acqua salmastra riempiva l’aria. Ma ce n’erano altri, più flebili e tuttavia ben percepibili: sudore, sangue. Odori di mammifero. Non era facile seguire la traccia, ma sentiva di avvicinarsi sempre di più.
Il Raptor albino sentì l’acqua sulle zampe. Poco dopo sbattè debolmente contro qualcosa di duro. Si chinò ad annusare l’ostacolo: un odore strano, mai sentito prima. Non era come la roccia o il legno degli alberi. Girandoci intorno, riuscì a salirci sopra. Gli artigli ticchettavano in modo strano sul metallo.
Dopo aver fatto qualche passo, si accorse che quel posto in qualche modo lo guidava: c’erano delle sbarre a destra e a sinistra, non riusciva a girarsi per tornare indietro.
Nonostante fosse parecchio confuso, il Raptor avanzò, percorse tutta la passerella metallica e salì sulla nave. Poco dopo altri suoi simili lo seguirono.
L’uomo non è fatto per la notte. I suoi occhi non vedono bene al buio, e anche gli altri sensi si assopiscono, non riuscendo assolutamente a bilanciare la mancanza della vista.
Questo era ciò che pensava Nick Van Owen mentre si addentrava nel Centro Comunicazioni. Dopo aver oltrepassato una sgangherata porta a vetri, si ritrovò in un salone piuttosto ampio, totalmente immerso nell’oscurità. Guidato solo dal cono di luce della sua potente torcia, strisciò lungo una parete coperta d’edera, cercando di orientarsi. Il murale di un Raptor lo fece sussultare. A fianco, un altro grosso murale, ritraente il Villaggio del Jurassic Park e l’entrata al parco attirò la sua attenzione.
-Mio Dio…- mormorò.
L’aprirsi e lo scricchiolio di una porta lo fecero trasalire.
-Ma che diavolo?-, disse, voltandosi di scatto a sinistra -È tutto…-
Indietreggiò, per entrare in un’altra stanza.
Isla Sorna – Villaggio, 24 Maggio 1997, ore 23:08
-Maledizione…- imprecò Fockler. La porta non sembrava così arrugginita. Nell’aprirla aveva scricchiolato debolmente, ma in quel silenzio assoluto gli sembrava di aver fatto un fracasso infernale.
Sperava solo che Van Owen non lo avesse sentito.
Avanzò lentamente, fino a trovarsi, una ventina di metri dopo, davanti ad un grosso murale di un Raptor. Un guizzo di luce alla sua destra attirò la sua attenzione. Muovendosi rapidamente in quella direzione, vide Van Owen dietro una piccola porta a vetri opaca. Aveva appoggiato la torcia e stava azionando alcune leve della radio. A quanto pare era riuscito a farla funzionare.
-CQU, CQU, qui capo raccolta operazioni InGen a base raccolta, ripeto: chiamo da parte del capo raccolta operazioni InGen, cerco… La base raccolta InGen!-
Una voce gracchiante rispose: -Avanti, capo raccolta.-
Fockler non poteva credere ai propri occhi. In tre anni non erano mai riusciti ad azionare la radio, e questo soggetto sbucato da chissà dove lo aveva fatto in pochi minuti.
Van Owen continuò: -Si… L’operazione ha subito numerosissime perdite, e i sopravvissuti sono ora in pericolo di vita. Dovete inviarci soccorsi immediati! Le nostre coordinate qui sono… Ehm, le nostre coordinate sono nove gradi, cinquantotto primi nord, ottantacinque gradi!-
Isla Sorna – Villaggio, 24 Maggio 1997, ore 23:15
Tom si stava arrovellando per trovare un’altra uscita dal Centro quando Fockler li raggiunse.
-Novità?- chiese al mercenario.
Fockler si guardò brevemente attorno prima di rispondere:
-Dimmelo tu. Mi sembra che manchi qualcuno.-
Il volto di Tom s’incupì: -Mary... È rimasta indietro. Non abbiamo potuto fare niente.-
-Che cosa vuoi dire? È morta?-
-Si, Kent-, rispose Claude. Quando siamo corsi qui dentro, è rimasta indietro e un Raptor l’ha assalita. Era l’ultima, e nessuno se ne è accorto.-
-Come si fa a non accorgersi di una cosa del genere??-
-Senti-, disse Claude in tono deciso, afferrandolo per le spalle -È successo tutto in un attimo. Non abbiamo davvero avuto il tempo di far niente. Ora dicci come ce ne andremo da qui.-
Fockler abbassò lo sguardo: -Ho sentito Van Owen parlare alla radio, ha dato le nostre coordinate. Manderanno alcuni elicotteri a fare la spola per trasportare i feriti più gravi. Lui e la sua squadra useranno uno di quelli. Ma per gli altri, e per i Dinosauri che hanno catturato, c’è una nave cargo già in attesa giù alla spiaggia.-
-Ci intrufoleremo lì. È la nostra unica speranza.- disse Tom.
-Prima dobbiamo trovare un modo per uscire da qui. Non possiamo usare la porta principale.- disse Strauss.
-Questo non dovrebbe essere un problema-, rispose Sullivan -Non conosco a menadito tutti gli edifici dell’isola, ma hanno tutti la stessa struttura di base, con alcuni punti in comune, tra cui ad esempio varie uscite laterali e posteriori. Dobbiamo solo trovarle.-
-Non sarà facile, con questo buio. Ho fatto fatica a seguire Van Owen-, disse Fockler -Sarà meglio muoversi.-
Isla Sorna – Villaggio, 24 Maggio 1997, ore 23:28
Il silenzio del Centro Comunicazioni contrastava fortemente con l’inferno che si stava scatenando all’esterno: tra le urla di disperazione dei fuggitivi e i ruggiti dei carnivori che gli davano la caccia, nessuno notò una piccola porta aprirsi nello stretto viottolo che correva dietro al Centro.
-Siamo fuori?- chiese piano Strauss.
-Sì. Ce l’abbiamo fatta.- rispose Fockler spalancando la porta per fare spazio ai compagni.
Insieme percorsero il viottolo, per trovarsi di fronte al cancello aperto del Villaggio. Sullivan guardò prima il cancello, poi Strauss.
-Stai scherzando, vero? Tutti i Raptor stanno entrando da lì!-
-Mi spiace, John. Dagli stabilimenti ci saranno tante uscite, ma dal Villaggio si entra e si esce solo da qua. Dovremo pregare.-
-Spero che tu sia il campione delle preghiere.- sospirò Sullivan.
-Ok, ce ne andremo da qui di corsa. Cerchiamo di restare uniti, più siamo meglio è. Pronti?- chiese Fockler.
-Sono nato pronto.- rispose Tom.
-D’accordo. Uno… Due... Tre! VIA VIA VIA!!!-
Scattarono tutti insieme. Superarono di slancio il cancello, si addentrarono nella giungla e corsero a perdifiato per il sentiero che portava alla spiaggia. Poche centinaia di metri che li separavano dalla libertà.
Ben presto le urla e il frastuono del Villaggio li abbandonarono: tutto quello che sentivano era il loro respiro affannoso, le frasche e i rami scostati nella corsa e il cuore che gli martellava nel petto.
Sheridan e Susan, nonostante tutto quello che avevano passato, non rimasero indietro, grazie all’adrenalina che gli pompava energia nei muscoli.
Si fermarono soltanto a una trentina di metri dalla spiaggia.
-Qui può andare-, disse Fockler, piegato in due mentre riprendeva fiato -Dobbiamo vedere dov’è la nave e se c’è qualcuno di guardia.-
-Anche se ci fosse qualcuno, penso che ci prenderebbero a bordo senza problemi. Sono disperati quanto noi.- disse Claude.
Sheridan e Susan erano gli ultimi del gruppo. Mentre percorrevano gli ultimi metri, lui volle stare dietro, tenendole la mano, perchè non si perdessero d’occhio a vicenda.
Improvvisamente lei si sentì strattonare. Si voltò e tutto ciò che vide fu un lampo bianco passarle davanti agli occhi e ruzzolare insieme a Sheridan nella vegetazione, scomparendo alla vista.
-BARRY!! NOOOOO!!!!- urlò Susan disperata, lanciandosi all’inseguimento.
Claude fu lesto ad afferrarla per la vita: -Cosa succede Susan, cos’è stato??-
-Non lo so, non lo so, ho solo visto qualcosa di bianco passarmi davanti e portarsi via Barry!!- disse lei, cercando di divincolarsi.
Tom si avvicinò: -Non ci saranno anche i Raptor albini!-
-Non possiamo stare qui. Dobbiamo raggiungere la nave, e di corsa!- disse Fockler
-No, non lascerò mai Barry!- gridò Susan
-Dispiace anche a me Susan, ma non possiamo fare più niente per lui, capisci? Niente!! Come non abbiamo potuto per Mary, e per tutti gli altri!- E si avviò lungo il sentiero, seguito ad uno ad uno dagli altri. Claude lasciò andare Susan, che con il viso rigato di lacrime seguì il gruppo senza obiettare.
Isla Sorna – Spiaggia, 24 Maggio 1997, ore 23:36
La gigantesca figura della nave si stagliava maestosa nel buio della spiaggia. Con una stazza simile non poteva cerco attraccare sulla riva, ma era ormeggiata molto più vicina di quanto ci si potesse aspettare. La lunghissima passerella metallica arrivava fino a una decina di metri dalla riva, permettendo di salirvi agevolmente.
-SS Venture…- lesse Claude sulla poppa.
Stranamente, non c’era nessuno di guardia, e non si vedeva nessuno muoversi sul ponte. I survivors salirono la passerella senza esitazione.
-Sembra proprio che non ci sia nessuno.- disse Tom.
-Forse sono tutti nei ponti inferiori. Penso che possiamo muoverci liberamente sulla nave, i membri della spedizione che arriveranno saranno messi peggio di noi, e non ci presteranno nessuna attenzione.- disse Claude.
Non ci furono urla di gioia, né baci o abbracci. Appena ebbero un secondo per rilassarsi, l’eccitazione e l’adrenalina del momento lasciarono il posto ad una profonda malinconia. La consapevolezza di non rivedere più quel luogo, che gli aveva dato tanta sofferenza ma anche tante soddisfazioni, la paura del futuro, del non sapere cosa potevano aspettarsi una volta tornati a casa, non giocavano a loro favore. E l’aver perso due compagni nel giro di mezz’ora, così vicini alla meta, non aiutava per niente.
Trovarono una porta, e si addentrarono nella nave. Scesero alcuni gradini e percorsero un lungo corridoio, con tante porte ai lati, tutte identiche. Si sentivano alcune voci, ma non incontrarono nessuno. Non volevano incontrare nessuno. Tom aprì alcune porte: erano tutte piccole camere da letto.
-Qui siamo negli alloggi dell’equipaggio.- disse.
Scesero di un altro ponte, dove trovarono più silenzio e molte meno porte. Dopo averne aperte alcune, Tom si trovò in un ambiente ampio e ben illuminato, con lunghi banconi di acciaio, fornelli e tanti cassetti e scompartimenti alle pareti: la cucina!
Dopo aver aperto alcuni barattoli di cibo in scatola e aver bevuto svariati litri d’acqua, la tensione di alleviò. I survivors potevano finalmente dirsi contenti: era ancora presto per cantare vittoria, ma il peggio era superato. Si trovavano al sicuro, all’interno di una nave che li avrebbe condotti sul continente… A casa.
Isla Sorna – Spiaggia, 24 Maggio 1997, ore 23:51
Gli odori e i rumori si accavallavano. Il frastuono del Villaggio era ormai lontano, ora altri rumori, più leggeri ma sempre poco familiari, li avevano sostituiti: una leggera brezza che muoveva le fronde, i passi che suonavano in modo strano nella sabbia, le onde che si infrangevano sulla spiaggia.
L’odore acre dell’acqua salmastra riempiva l’aria. Ma ce n’erano altri, più flebili e tuttavia ben percepibili: sudore, sangue. Odori di mammifero. Non era facile seguire la traccia, ma sentiva di avvicinarsi sempre di più.
Il Raptor albino sentì l’acqua sulle zampe. Poco dopo sbattè debolmente contro qualcosa di duro. Si chinò ad annusare l’ostacolo: un odore strano, mai sentito prima. Non era come la roccia o il legno degli alberi. Girandoci intorno, riuscì a salirci sopra. Gli artigli ticchettavano in modo strano sul metallo.
Dopo aver fatto qualche passo, si accorse che quel posto in qualche modo lo guidava: c’erano delle sbarre a destra e a sinistra, non riusciva a girarsi per tornare indietro.
Nonostante fosse parecchio confuso, il Raptor avanzò, percorse tutta la passerella metallica e salì sulla nave. Poco dopo altri suoi simili lo seguirono.
3x09: Running Away
Isla Sorna – Villaggio, 24 Maggio 1997, ore 22:20
Tom camminava nervosamente avanti e indietro nel grande atrio della Villa. Aveva passato la notte in bianco, e probabilmente si accingeva a farlo nuovamente.
-Maledizione, maledizione!- imprecò per l’ennesima volta.
Sullivan uscì dalla sua stanza e si affacciò dal corrimano:
-Andiamo Tom, vai a letto. Sembri distrutto.-
-Ma stai scherzando?- sbottò Tom guardando verso di lui, senza smettere di camminare.
-Dai, ne abbiamo già parlato. Non sono degli stupidi, sanno quel che fanno e come comportarsi anche nella peggiore delle situazioni.-
-Ma non sono ancora tornati.-
Com’era prevedibile, Tom era quello più preoccupato per il mancato ritorno del gruppo.
-Senti, Kent e Barry non sono dei ragazzini. E’ gente tosta. E c’è anche Strauss con loro.- disse Sullivan, cercando di alleviare la tensione.
-E allora?-
-È un medico.-
-E allora??-
-Oh mio dio, che seccatura di uomo.- sospirò Sullivan massaggiandosi le tempie.
-Basta, ho deciso. Io vado a cercarli.- disse Tom, dirigendosi verso la porta.
-Non fare idiozie!- esclamò Sullivan, correndo verso le scale per bloccarlo -Finiranno per tornare non appena sarai partito, e dopo dovremo cercare anche te!-
-Non m’importa!- s’infervorò Tom, e aprì la porta. Il passo gli fu sbarrato da una figura indefinita che lo fissò dritto negli occhi.
L’urlo di Tom si sentì probabilmente fin sul continente. Fece qualche passo indietro e cadde a terra, mentre anche Claude e Mary uscivano dalle loro stanze. La figura, in ombra, era ancora ferma sulla soglia e non aveva detto una parola.
Kent non badò a lui e balzò all’interno, dicendo:
-Presto, fate tutti le valigie! Ce ne andiamo da qui!-
Anche il successivo urlo di Tom fu udibile fin sul continente. In un batter d’occhio saltò addosso a Kent e lo bloccò contro la porta, mentre lo malediceva in tutti i modi possibili per avergli fatto prendere un colpo terribile. Ma probabilmente era solo felice di rivederlo di nuovo.
-Ehi, ehi calmati amico!- disse Kent -Mi dispiace di averti fatto preoccupare, ma vedrai che mi perdonerai quando ti racconterò cosa ci è successo.-
Claude prese Tom, ancora scalciante e urlante, e lo mise a sedere. Quando anche tutti gli altri si posizionarono intorno a Kent, lui spiegò tutto quello che era successo dalla mattina precedente: raccontò di come avevano incontrato le due squadre, le avevano seguite, avevano assistito all’attacco dei Rex sulla scogliera e di come infine si erano separati da Barry e Susan.
-Quindi, adesso li raggiungiamo e ce ne andiamo da questo posto!- concluse Kent.
-Non ci hai spiegato come intendi lasciare l’isola- disse Sullivan.
-Perché ancora non lo sappiamo-, rispose Kent -Ma la squadra che ha catturato i Dinosauri non può portarli via senza una nave. In qualche modo ci intrufoleremo dentro.-
Kent si aspettava le solite discussioni e i battibecchi, ma non fu così. La prospettiva di lasciare l’isola era così allettante che tutti i suoi ascoltatori uscirono dalla Villa così velocemente che all’improvviso si ritrovò solo nell’atrio.
Isla Sorna – Campo Notturno InGen, 24 Maggio 1997, ore 22:07
Accadde tutto così in fretta che Sheridan fece fatica a rendersene conto. I Rex comparvero pochi minuti dopo la partenza di Kent e Strauss. Il maschio tornò quasi subito nella foresta, mentre la femmina si mise a curiosare nel campo. Si chinò fino a mettere la testa dentro una tenda, cercando chissà cosa. Barry e Susan si aspettavano urla e fiumi di sangue, ma per alcuni, interminabili minuti, non accadde niente.
Stava filando tutto troppo liscio.
Ci pensò uno degli uomini di Tembo a rovinare tutto: svegliandosi, scorse la femmina ad appena una ventina di metri di distanza, e si mise a urlare in preda al terrore. Nel giro di pochi secondi tutto il campo era ben sveglio e stava fuggendo in ogni direzione. La femmina si alzò di scatto, e liberatasi della tenda che gli copriva la testa, si mise ad inseguire un gruppo di fuggitivi.
In un batter d’occhio, il campo era deserto. Susan era paralizzata dalla paura, ma Sheridan si rese conto ben presto che non potevano assolutamente perdere di vista le due squadre. Afferrò Susan per la mano e insieme si lanciarono lungo il percorso seguito dalla femmina.
Pessima idea.
Agendo senza riflettere, Sheridan non aveva considerato l’eventualità di trovarsi di fronte il Rex, nel caso avesse catturato uno dei fuggitivi.
Cosa che puntualmente avvenne. Ferma di fronte ad una cascata, la gigantesca figura del Tirannosauro torreggiava su di loro. Gli dava le spalle, e aveva catturato un membro della squadra: un uomo con barba e capelli rossi molto lunghi, forse lo stesso che aveva parlato con la Harding sulla scogliera. Mentre lo dilaniava, la corrente d’acqua si tingeva di un rosso vivo. Si potevano sentire delle urla provenire dalla cascata, come se delle persone di fossero nascoste in qualche modo all’interno.
-Maledizione! Di qua, presto!- urlò Sheridan, scartando verso sinistra e tirandosi dietro Susan.
L’esclamazione di Sheridan spostò l’attenzione del Rex su di sé. Il gigantesco predatore finì in un batter d’occhio quel che rimaneva del suo misero pasto e con un profondo sibilo si mise ad inseguire i due fuggitivi.
Voltandosi per valutare la distanza tra loro e il Rex, Sheridan vide Malcom sfrecciare dietro al possente rettile e infilarsi dentro la cascata.
Isla Sorna – Villaggio, 24 Maggio 1997, ore 22:41
-Bene-, disse Tom, rivolgendosi a Kent mentre usciva dalla Villa -Da che parte andiamo?-
-Qui viene il bello-, replicò Kent con un sorriso -Non andiamo da nessuna parte.-
-Cosa?- chiese Claude perplesso -Pensavo che ce ne saremmo andati da qui.-
-Esatto. Ma c’è una cosa che non vi ho detto. Le due squadre sono in marcia per un buon motivo: gli attacchi che hanno subito hanno distrutto ogni mezzo di comunicazione con il continente. Per cercare di lanciare un S.O.S., si stanno dirigendo nell’unico luogo che potrebbe disporre delle attrezzature necessarie: qui.-
-Qui?- esclamò Tom -Ma è assurdo! C’è una sola postazione radio, e non funziona!-
-Non è esatto, Tom-, rispose Sullivan -Ci sono più postazioni sparse per il Villaggio, ma nessuno di noi sa come farle funzionare. Per questo non siamo mai riusciti ad avere contatti con il mondo esterno.-
-È vero-, riflettè Claude -Io, Tom e Ivan eravamo riusciti ad intercettare una comunicazione tra Ludlow e la capitaneria di porto di San Diego anni fa, ma non potevamo comunicare.-
Ludlow. Quel nome fece correre un brivido lungo la schiena di Fockler.
-Tutto bene, Kent?- chiese Tom.
-Certo-, rispose il mercenario riscuotendosi rapidamente -Tutto quello che dobbiamo fare è aprire il cancello ai nostri ospiti e seguirli per capire come abbandoneranno l’isola. L’ora della partenza è vicina!-
-Aprire il cancello? Ma potranno entrare anche gli altri animali!- esclamò Mary, che fino a quel momento era rimasta in silenzio.
- È un rischio che dobbiamo correre. Non preoccuparti, non resteremo qui ancora a lungo.- rispose Kent con risolutezza.
Isla Sorna – 1 km a Nord del Villaggio, 24 Maggio 1997, ore 22:51
Barry Sheridan sentiva il cuore scoppiargli nel petto, ma non accennava a fermarsi. La paura e l’adrenalina fornivano alle sue gambe e a quelle di Susan l’energia necessaria per continuare a correre.
-Aspetta Barry, aspetta!!- esclamò lei all’improvviso -Ormai l’abbiamo seminata. Ascolta.-
Sheridan tese le orecchie e si concentrò più che potè, ma il suo stesso respiro affannato gli ostacolava l’udito. Poco a poco, mentre riprendeva fiato, iniziò a sentire alcune urla provenire dalla vallata di fronte a loro.
-Sembra che alcuni fuggitivi si siano addentrati nel territorio dei Raptor. Non sanno quel che fanno.-
-Dobbiamo fare qualcosa!- esclamò Susan.
-E cosa?- disse Sheridan voltandosi verso di lei -Loro non possono certo immaginare a cosa stanno andando incontro, e noi non possiamo avvertirli. Spero solo che sia un piccolo gruppo, perché se tutta la squadra entra lì dentro, nessuno arriverà al Villaggio.-
Un urlo attirò nuovamente la loro attenzione:
-NON NELL’ERBA ALTAAAA!!!!-
Neanche un minuto dopo, una lunga serie di urla strazianti riempirono il silenzio della notte.
-È cominciato. Presto, manca poco al Villaggio-, disse Sheridan afferrando Susan per mano -Dobbiamo trovare gli altri.-
Isla Sorna – Villaggio, 24 Maggio 1997, ore 23:00
Nascosto insieme ai suoi compagni in un cono d’ombra offerto dalla Villa, Fockler vide una figura entrare dal cancello e attraversare di corsa lo spiazzo del Villaggio, dirigendosi verso il Centro Comunicazioni. Nella scarsa luce offerta dalla Luna, riuscì a riconoscerlo solo quando gli passò molto vicino. Nick Van Owen. Quell’uomo sembrava essere quello con le maggiori competenze tecniche nella squadra di Malcom. Probabilmente si era separato dal resto del gruppo e li aveva anticipati al Villaggio per cercare di chiamare aiuto.
-Ci penso io a lui.- disse il mercenario ai suoi compagni, dileguandosi subito dopo nella notte.
Una decina di minuti più tardi, Sarah, Malcom e sua figlia entrarono a loro volta nel Villaggio. Una volta arrivati al centro dello spiazzo, un Raptor attaccò Sarah alle spalle. Sembrava un attacco letale, ma la ricercatrice rimase miracolosamente illesa grazie al suo voluminoso zaino, che aveva subito interamente i morsi e le artigliate del Dinosauro.
Liberatasi dello zaino, Sarah e la figlia di Malcom si rifugiarono dentro un capannone, mentre il professore cercava malamente di distrarre il carnivoro. Tom guardò Claude dritto negli occhi:
-Ma tu lo hai visto entrare?- chiese al francese.
-No. Il cancello è l’unica via d’accesso, e ho visto entrare soltanto quattro persone, nessun Raptor. Da dove accidenti è passato?-
-Cazzo. Chissà quanti altri ce ne saranno in giro.- disse Tom.
Dopo essersi rifugiato in un ufficio e in un’auto, Malcom riuscì finalmente ad entrare nel capannone. Tom sapeva che rimanere nascosti dov’erano era troppo pericoloso.
-Tutti al Centro Comunicazioni, presto!-
Mentre il gruppo sgattaiolava chinato fuori dal suo nascondiglio, il Raptor iniziò a scavare un buco nel terriccio friabile sotto la porta del capannone, presto raggiunto da un suo simile.
Una volta arrivato all’auto al centro dello spiazzo, Tom si fermò ad osservare la scena: i due predatori erano occupati a scavare, e gli davano le spalle. L’ingresso del Centro Comunicazioni era vicinissimo. Era ora o mai più. Raccolte tutte le energie che aveva in corpo, Tom sfrecciò verso la porta, seguito a ruota dal resto del gruppo.
Mentre salivano la breve scalinata, uno dei Raptor li notò. Il gruppo iniziò a correre ancora più forte, attirando definitivamente l’attenzione su di sé. La velocità del carnivoro era impressionante, ma partì in ritardo: Sullivan si chiuse dietro la pesante porta . E solo allora si accorse che qualcuno mancava all’appello.
Mary era l’ultima del gruppo in fuga, e quando rimase impietrita per la paura ad osservare il Raptor che le correva incontro, nessuno se ne accorse. Sullivan e Claude si lanciarono fuori dal Centro Comunicazioni, ma era troppo tardi. In pochi, brevissimi istanti, il Dinosauro le fu addosso. Incapace di alcun tipo di reazione, Mary morì tra atroci sofferenze, mentre il Raptor la inchiodava al suolo con i lunghi artigli ricurvi e con il suo peso e la dilaniava con i denti terribilmente affilati.
Claude e Sullivan rimasero ad osservare la scena con gli occhi spalancati: era successo tutto talmente il fretta che non avevano avuto la minima possibilità di reagire. Il secondo Raptor sembrava totalmente disinteressato e continuava a scavare sotto la porta.
Tom, probabilmente per la prima volta da quando era arrivato su Sorna, fu il primo a riprendersi dalla morte di un compagno e afferrò i due per le braccia, trascinandoli nuovamente dentro.
Tom camminava nervosamente avanti e indietro nel grande atrio della Villa. Aveva passato la notte in bianco, e probabilmente si accingeva a farlo nuovamente.
-Maledizione, maledizione!- imprecò per l’ennesima volta.
Sullivan uscì dalla sua stanza e si affacciò dal corrimano:
-Andiamo Tom, vai a letto. Sembri distrutto.-
-Ma stai scherzando?- sbottò Tom guardando verso di lui, senza smettere di camminare.
-Dai, ne abbiamo già parlato. Non sono degli stupidi, sanno quel che fanno e come comportarsi anche nella peggiore delle situazioni.-
-Ma non sono ancora tornati.-
Com’era prevedibile, Tom era quello più preoccupato per il mancato ritorno del gruppo.
-Senti, Kent e Barry non sono dei ragazzini. E’ gente tosta. E c’è anche Strauss con loro.- disse Sullivan, cercando di alleviare la tensione.
-E allora?-
-È un medico.-
-E allora??-
-Oh mio dio, che seccatura di uomo.- sospirò Sullivan massaggiandosi le tempie.
-Basta, ho deciso. Io vado a cercarli.- disse Tom, dirigendosi verso la porta.
-Non fare idiozie!- esclamò Sullivan, correndo verso le scale per bloccarlo -Finiranno per tornare non appena sarai partito, e dopo dovremo cercare anche te!-
-Non m’importa!- s’infervorò Tom, e aprì la porta. Il passo gli fu sbarrato da una figura indefinita che lo fissò dritto negli occhi.
L’urlo di Tom si sentì probabilmente fin sul continente. Fece qualche passo indietro e cadde a terra, mentre anche Claude e Mary uscivano dalle loro stanze. La figura, in ombra, era ancora ferma sulla soglia e non aveva detto una parola.
Kent non badò a lui e balzò all’interno, dicendo:
-Presto, fate tutti le valigie! Ce ne andiamo da qui!-
Anche il successivo urlo di Tom fu udibile fin sul continente. In un batter d’occhio saltò addosso a Kent e lo bloccò contro la porta, mentre lo malediceva in tutti i modi possibili per avergli fatto prendere un colpo terribile. Ma probabilmente era solo felice di rivederlo di nuovo.
-Ehi, ehi calmati amico!- disse Kent -Mi dispiace di averti fatto preoccupare, ma vedrai che mi perdonerai quando ti racconterò cosa ci è successo.-
Claude prese Tom, ancora scalciante e urlante, e lo mise a sedere. Quando anche tutti gli altri si posizionarono intorno a Kent, lui spiegò tutto quello che era successo dalla mattina precedente: raccontò di come avevano incontrato le due squadre, le avevano seguite, avevano assistito all’attacco dei Rex sulla scogliera e di come infine si erano separati da Barry e Susan.
-Quindi, adesso li raggiungiamo e ce ne andiamo da questo posto!- concluse Kent.
-Non ci hai spiegato come intendi lasciare l’isola- disse Sullivan.
-Perché ancora non lo sappiamo-, rispose Kent -Ma la squadra che ha catturato i Dinosauri non può portarli via senza una nave. In qualche modo ci intrufoleremo dentro.-
Kent si aspettava le solite discussioni e i battibecchi, ma non fu così. La prospettiva di lasciare l’isola era così allettante che tutti i suoi ascoltatori uscirono dalla Villa così velocemente che all’improvviso si ritrovò solo nell’atrio.
Isla Sorna – Campo Notturno InGen, 24 Maggio 1997, ore 22:07
Accadde tutto così in fretta che Sheridan fece fatica a rendersene conto. I Rex comparvero pochi minuti dopo la partenza di Kent e Strauss. Il maschio tornò quasi subito nella foresta, mentre la femmina si mise a curiosare nel campo. Si chinò fino a mettere la testa dentro una tenda, cercando chissà cosa. Barry e Susan si aspettavano urla e fiumi di sangue, ma per alcuni, interminabili minuti, non accadde niente.
Stava filando tutto troppo liscio.
Ci pensò uno degli uomini di Tembo a rovinare tutto: svegliandosi, scorse la femmina ad appena una ventina di metri di distanza, e si mise a urlare in preda al terrore. Nel giro di pochi secondi tutto il campo era ben sveglio e stava fuggendo in ogni direzione. La femmina si alzò di scatto, e liberatasi della tenda che gli copriva la testa, si mise ad inseguire un gruppo di fuggitivi.
In un batter d’occhio, il campo era deserto. Susan era paralizzata dalla paura, ma Sheridan si rese conto ben presto che non potevano assolutamente perdere di vista le due squadre. Afferrò Susan per la mano e insieme si lanciarono lungo il percorso seguito dalla femmina.
Pessima idea.
Agendo senza riflettere, Sheridan non aveva considerato l’eventualità di trovarsi di fronte il Rex, nel caso avesse catturato uno dei fuggitivi.
Cosa che puntualmente avvenne. Ferma di fronte ad una cascata, la gigantesca figura del Tirannosauro torreggiava su di loro. Gli dava le spalle, e aveva catturato un membro della squadra: un uomo con barba e capelli rossi molto lunghi, forse lo stesso che aveva parlato con la Harding sulla scogliera. Mentre lo dilaniava, la corrente d’acqua si tingeva di un rosso vivo. Si potevano sentire delle urla provenire dalla cascata, come se delle persone di fossero nascoste in qualche modo all’interno.
-Maledizione! Di qua, presto!- urlò Sheridan, scartando verso sinistra e tirandosi dietro Susan.
L’esclamazione di Sheridan spostò l’attenzione del Rex su di sé. Il gigantesco predatore finì in un batter d’occhio quel che rimaneva del suo misero pasto e con un profondo sibilo si mise ad inseguire i due fuggitivi.
Voltandosi per valutare la distanza tra loro e il Rex, Sheridan vide Malcom sfrecciare dietro al possente rettile e infilarsi dentro la cascata.
Isla Sorna – Villaggio, 24 Maggio 1997, ore 22:41
-Bene-, disse Tom, rivolgendosi a Kent mentre usciva dalla Villa -Da che parte andiamo?-
-Qui viene il bello-, replicò Kent con un sorriso -Non andiamo da nessuna parte.-
-Cosa?- chiese Claude perplesso -Pensavo che ce ne saremmo andati da qui.-
-Esatto. Ma c’è una cosa che non vi ho detto. Le due squadre sono in marcia per un buon motivo: gli attacchi che hanno subito hanno distrutto ogni mezzo di comunicazione con il continente. Per cercare di lanciare un S.O.S., si stanno dirigendo nell’unico luogo che potrebbe disporre delle attrezzature necessarie: qui.-
-Qui?- esclamò Tom -Ma è assurdo! C’è una sola postazione radio, e non funziona!-
-Non è esatto, Tom-, rispose Sullivan -Ci sono più postazioni sparse per il Villaggio, ma nessuno di noi sa come farle funzionare. Per questo non siamo mai riusciti ad avere contatti con il mondo esterno.-
-È vero-, riflettè Claude -Io, Tom e Ivan eravamo riusciti ad intercettare una comunicazione tra Ludlow e la capitaneria di porto di San Diego anni fa, ma non potevamo comunicare.-
Ludlow. Quel nome fece correre un brivido lungo la schiena di Fockler.
-Tutto bene, Kent?- chiese Tom.
-Certo-, rispose il mercenario riscuotendosi rapidamente -Tutto quello che dobbiamo fare è aprire il cancello ai nostri ospiti e seguirli per capire come abbandoneranno l’isola. L’ora della partenza è vicina!-
-Aprire il cancello? Ma potranno entrare anche gli altri animali!- esclamò Mary, che fino a quel momento era rimasta in silenzio.
- È un rischio che dobbiamo correre. Non preoccuparti, non resteremo qui ancora a lungo.- rispose Kent con risolutezza.
Isla Sorna – 1 km a Nord del Villaggio, 24 Maggio 1997, ore 22:51
Barry Sheridan sentiva il cuore scoppiargli nel petto, ma non accennava a fermarsi. La paura e l’adrenalina fornivano alle sue gambe e a quelle di Susan l’energia necessaria per continuare a correre.
-Aspetta Barry, aspetta!!- esclamò lei all’improvviso -Ormai l’abbiamo seminata. Ascolta.-
Sheridan tese le orecchie e si concentrò più che potè, ma il suo stesso respiro affannato gli ostacolava l’udito. Poco a poco, mentre riprendeva fiato, iniziò a sentire alcune urla provenire dalla vallata di fronte a loro.
-Sembra che alcuni fuggitivi si siano addentrati nel territorio dei Raptor. Non sanno quel che fanno.-
-Dobbiamo fare qualcosa!- esclamò Susan.
-E cosa?- disse Sheridan voltandosi verso di lei -Loro non possono certo immaginare a cosa stanno andando incontro, e noi non possiamo avvertirli. Spero solo che sia un piccolo gruppo, perché se tutta la squadra entra lì dentro, nessuno arriverà al Villaggio.-
Un urlo attirò nuovamente la loro attenzione:
-NON NELL’ERBA ALTAAAA!!!!-
Neanche un minuto dopo, una lunga serie di urla strazianti riempirono il silenzio della notte.
-È cominciato. Presto, manca poco al Villaggio-, disse Sheridan afferrando Susan per mano -Dobbiamo trovare gli altri.-
Isla Sorna – Villaggio, 24 Maggio 1997, ore 23:00
Nascosto insieme ai suoi compagni in un cono d’ombra offerto dalla Villa, Fockler vide una figura entrare dal cancello e attraversare di corsa lo spiazzo del Villaggio, dirigendosi verso il Centro Comunicazioni. Nella scarsa luce offerta dalla Luna, riuscì a riconoscerlo solo quando gli passò molto vicino. Nick Van Owen. Quell’uomo sembrava essere quello con le maggiori competenze tecniche nella squadra di Malcom. Probabilmente si era separato dal resto del gruppo e li aveva anticipati al Villaggio per cercare di chiamare aiuto.
-Ci penso io a lui.- disse il mercenario ai suoi compagni, dileguandosi subito dopo nella notte.
Una decina di minuti più tardi, Sarah, Malcom e sua figlia entrarono a loro volta nel Villaggio. Una volta arrivati al centro dello spiazzo, un Raptor attaccò Sarah alle spalle. Sembrava un attacco letale, ma la ricercatrice rimase miracolosamente illesa grazie al suo voluminoso zaino, che aveva subito interamente i morsi e le artigliate del Dinosauro.
Liberatasi dello zaino, Sarah e la figlia di Malcom si rifugiarono dentro un capannone, mentre il professore cercava malamente di distrarre il carnivoro. Tom guardò Claude dritto negli occhi:
-Ma tu lo hai visto entrare?- chiese al francese.
-No. Il cancello è l’unica via d’accesso, e ho visto entrare soltanto quattro persone, nessun Raptor. Da dove accidenti è passato?-
-Cazzo. Chissà quanti altri ce ne saranno in giro.- disse Tom.
Dopo essersi rifugiato in un ufficio e in un’auto, Malcom riuscì finalmente ad entrare nel capannone. Tom sapeva che rimanere nascosti dov’erano era troppo pericoloso.
-Tutti al Centro Comunicazioni, presto!-
Mentre il gruppo sgattaiolava chinato fuori dal suo nascondiglio, il Raptor iniziò a scavare un buco nel terriccio friabile sotto la porta del capannone, presto raggiunto da un suo simile.
Una volta arrivato all’auto al centro dello spiazzo, Tom si fermò ad osservare la scena: i due predatori erano occupati a scavare, e gli davano le spalle. L’ingresso del Centro Comunicazioni era vicinissimo. Era ora o mai più. Raccolte tutte le energie che aveva in corpo, Tom sfrecciò verso la porta, seguito a ruota dal resto del gruppo.
Mentre salivano la breve scalinata, uno dei Raptor li notò. Il gruppo iniziò a correre ancora più forte, attirando definitivamente l’attenzione su di sé. La velocità del carnivoro era impressionante, ma partì in ritardo: Sullivan si chiuse dietro la pesante porta . E solo allora si accorse che qualcuno mancava all’appello.
Mary era l’ultima del gruppo in fuga, e quando rimase impietrita per la paura ad osservare il Raptor che le correva incontro, nessuno se ne accorse. Sullivan e Claude si lanciarono fuori dal Centro Comunicazioni, ma era troppo tardi. In pochi, brevissimi istanti, il Dinosauro le fu addosso. Incapace di alcun tipo di reazione, Mary morì tra atroci sofferenze, mentre il Raptor la inchiodava al suolo con i lunghi artigli ricurvi e con il suo peso e la dilaniava con i denti terribilmente affilati.
Claude e Sullivan rimasero ad osservare la scena con gli occhi spalancati: era successo tutto talmente il fretta che non avevano avuto la minima possibilità di reagire. Il secondo Raptor sembrava totalmente disinteressato e continuava a scavare sotto la porta.
Tom, probabilmente per la prima volta da quando era arrivato su Sorna, fu il primo a riprendersi dalla morte di un compagno e afferrò i due per le braccia, trascinandoli nuovamente dentro.
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