3x13: Justice

San Diego – Porto, 26 Maggio 1997, ore 03:57
Tutto era accaduto talmente in fretta. La nave si era schiantata sul molo, la piccola folla radunata davanti al suo microfono un attimo prima era scomparsa, avevano trovato l’equipaggio sbudellato, il Rex era uscito dalla stiva, e velocemente com’era apparso si era volatilizzato, lasciando soltanto un paio di limousine ribaltate a testimonianza del suo passaggio.
Tutto per colpa di un suo ordine. Se solo avesse dato ascolto a Malcom -quel maledetto!-, che come sempre aveva capito tutto prima degli altri, non avrebbe fatto aprire la stiva. Il Rex sarebbe ancora chiuso là dentro, e gli azionisti e i finanziatori lo starebbero ammirando estasiati e spaventati.
Erano trascorsi alcuni minuti, ma Peter Lodlow scoprì di essere ancora nella stessa posizione che aveva assunto quando il Rex si era liberato: rannicchiato contro la balaustra a fianco della cabina di comando. Si era fatto piccolo piccolo ed era rimasto immobile, come un insetto che cerca di non attirare l’attenzione di un uccello di passaggio.
Si rialzò lentamente in piedi. Un Dinosauro carnivoro di tredici metri era libero di vagare per San Diego. Nessuno sarebbe riuscito a fermarlo. Ogni passo che faceva per le strade della città era un passo che la InGen compiva verso il baratro.
I familiari delle vittime avrebbero chiesto rimborsi milionari. Gli avvocati si sarebbero gettati nella già fragile situazione finanziaria della società come Avvoltoi sulla carcassa di una Gazzella. Il danno economico sarebbe stato immane. Quello d’immagine incalcolabile.
Era finita. La InGen poteva dirsi fallita.
Era colpa sua? Tutto quello che aveva cercato di fare era stato risollevare le sorti dell’impero che suo zio aveva creato. Aveva seguito un percorso totalmente diverso, certo, fatto di regole tutte sue, ma quelle che aveva seguito suo zio avevano portato la InGen ad un passo dal tracollo, quindi perché non discostarsene?
La fretta non gli aveva permesso di prendere le giuste misure di sicurezza. I maledetti azionisti gli stavano col fiato sul collo, volevano risultati immediati, loro! Certo, è facile parlare dalla comoda poltrona del proprio salotto, di fronte al camino, con un sigaro acceso in una mano e un bicchiere di brandy nell’altra, mentre il presidente delegato cerca di salvare il culo all’azienda facendosi rincorrere da un branco di Raptor affamati.
E se non fosse stato per Malcom e i suoi compari… Quei pidocchiosi idealisti che avevano sabotato il campo base, se non fosse stato per loro ora tutti i Dinosauri catturati sarebbero stati belli impacchettati pronti per essere trasferiti dalla nave al loro recinto. Avevano distrutto i suoi sogni! Al diavolo i familiari delle vittime, avrebbe speso fino all’ultimo centesimo della InGen per farli ammazzare!
Una mano gli si appoggiò sulla spalla, destandolo dai suoi pensieri. Si voltò.
Non poteva essere. Era soltanto un’allucinazione. Era davvero troppo.

San Diego – Porto, 26 Maggio 1997, ore 04:01
-Voi?-
L’espressione di Ludlow valeva tutto quello che Tom Dillon aveva passato su Isla Sorna: il suo volto tradiva molteplici emozioni simultanee, dallo sbigottimento al terrore puro.
E a ragione. Di fronte a sé Ludlow non si era trovato soltanto un ranger che pensava fosse morto ormai da anni, ma anche lo scienziato che lo aveva aiutato a creare alcuni dei più grandi abomini della Natura, che considerava altrettanto morto; e come se non bastasse con loro c’era anche il mercenario che avrebbe dovuto ucciderlo!
-Non è vero… Sto sognando… Questo è un incubo!- gridò Ludlow.
-Oh no… è la dura realtà.- disse Tom, colpendolo di getto in faccia con un gancio destro.
Ludlow stramazzò al suolo, mettendosi ad annaspare per cercare i suoi occhiali, mentre con la mano libera si massaggiava la guancia. Dopo averli trovati, li inforcò con le mani tremanti, mentre si alzava tenendosi il più possibile pigiato contro la parete e la balaustra.
-Voi siete morti…- mormorò.
-Noi siamo vivi e vegeti-, disse Sullivan facendo un passo verso di lui -Sono le tue maledette creature ad essere morte.-
Ludlow aggrottò leggermente la fronte, cercando di ricordare: -Volete dire… A.D.A.M.? Eve? E come sono morti?-
-Li abbiamo uccisi noi-, disse Fockler -Loro e quei maledetti Dinosauri albini, la nave è piena dei loro cadaveri! Presto la stampa e l’opinione pubblica sapranno, e tu sarai rovinato.-
Un leggero sorriso comparve sulla faccia di Ludlow: -Voi non potete averli uccisi. Erano macchine fatte per uccidere, enormi e inarrestabili. Neanche con un carro armato avreste potuto fare nulla.-
-Sono morti-, ribadì Tom -E tra non molto lo sarai anche tu.-
Tom sferrò un altro destro, ma Ludlow riuscì a sfuggirgli, sgusciando alla sua sinistra e infilandosi nella cabina di comando, sbattendo la porta dietro di sè.
-Apri la porta, farabutto!- urlò Fockler lanciandosi sulla maniglia. Ma Ludlow l’aveva già bloccata.
-Tu, perché non hai ammazzato Sullivan? Ti ho pagato fior di quattrini!- gridò di rimando, sbattendo rabbiosamente un pugno contro al vetro.
-Grazie tante, il conto in banca mi è stato molto utile nella giungla!-
-Conosciamo questa nave meglio di te, Ludlow-, disse Tom -Questa non è l’unica entrata!-
Uno stridere di gomme interruppe il litigio. Da uno dei capannoni sbucò una fiammante spider rossa, guidata chiaramente da un pazzo. L’auto si fermò ad una decina di metri dalla stiva della SS Venture, e ne uscirono un uomo e una donna, che portava in braccio un grosso fagotto.
D’un tratto, il fagotto emise un forte e prolungato lamento.
-Sono Malcom e la Harding-, disse Sullivan -E hanno il piccolo!-
-Il piccolo…- mormorò Ludlow.
-Allora, hai intenzione di…- disse Foclker voltandosi. Ma si bloccò. Ludlow era scomparso dalla cabina di comando.
Lo videro sbucare da una porta alcuni ponti più in basso, mentre correva verso la stiva. Malcom e Sarah intanto ne erano appena usciti, e così com’erano apparsi, scomparvero nella notte.
Tom si incamminò verso le scale: -Andiamo, nella stiva sarà in trappola.-
-Aspetta-, disse Sullivan mettendogli il braccio davanti -I richiami del piccolo attireranno il maschio. Ludlow è già in trappola.-
Sullivan non aveva neanche terminato di pronunciare la frase che i caratteristici, pesanti passi del maschio iniziarono a riecheggiare nel porto. La parete di cartongesso che la macchina di Malcom aveva bucato cadde come un castello di carte al passaggio del possente carnivoro. Lentamente e inesorabilmente, si avvicinò alla stiva, entrandovi con cautela.
Tutto ciò che Tom, Sullivan e Fockler udirono in seguito fu un silenzio surreale, seguito da una lunga serie di grida di dolore soffocate.