3x12: Mainland

San Diego – SS Venture, 26 Maggio 1997, ore 03:34
-Quindici anni fa, John Hammond ebbe un sogno…-
Le parole di Peter Ludlow si diffondevano sulla lunga fila di limousine all’ingresso del porto di San Diego. Dalle vetture uscivano uomini distinti, tutti in giacca e cravatta, chi solo, chi accompagnato dalla moglie. Soci, azionisti, pesci grandi e piccoli della InGen erano accorsi al porto all’invito di Ludlow, nonostante fosse notte fonda.
Le entrate erano sorvegliate da numerosi uomini della capitaneria di porto, che controllavano ogni persona che entrava. Proprio dall’ingresso principale, una coppia aveva qualche difficoltà a passare.
-Salve, è qui il grande evento?- chiese Malcom all’ufficiale di guardia, scendendo dalla macchina.
-No, mi dispiace, è proprietà privata.-
-Siamo sulla lista.-
Le voci dei due si sovrapposero subito.
-Deve voltarsi, andare alla sua macchina e tornare a casa.- disse la guardia.
-Io sono il professor Malcom, e lei è la dottoressa Harding, stiamo cercando di…-
-Ah, molto interessante.- rispose, iniziando a chiudere il cancello.
Anche Sarah cercò di intromettersi, ma fu inutile. L’ufficiale gli chiuse il cancello in faccia.
Temporaneamente sconfitti, i due si misero ad osservare da lontano Ludlow, che sembrava aver finito il suo breve discorso. Una persona gli si avvicinò, gli sussurrò qualcosa all’orecchio e si allontanarono insieme, non prima che Ludlow si fermasse da un’altra guardia e gli sussurrasse qualcosa all’orecchio indicandoli. Subito dopo l’ufficiale iniziò ad incamminarsi verso di loro.
-Cosa pensi che voglia?- chiese Sarah.
-Quello che vogliono tutti, farci andare via da qui.- rispose Malcom.
Con loro enorme sorpresa, la guardia aprì il cancello e gli fece segno di passare: -Il Signor Ludlow vi invita ad entrare.-
Così Malcom e Sarah oltrepassarono il cancello, lanciando occhiate di scherno alla guardia che prima li aveva lasciati fuori, e si trovarono inaspettatamente proprio dove volevano essere.
Ludlow non era ancora tornato, e tutti stavano guardando intensamente qualcosa nell’oscurità.
-Che cosa guardano tutti?- chiese Sarah.
Malcom rispose dopo alcuni secondi: -Era meglio restare in macchina.-
Dall’oscurità emerse maestosa la figura della SS Venture, lanciata verso il molo a tutta velocità.
Il panico si sparse in un secondo. Le persone che un attimo prima fissavano il buio come imbambolate, si ritrovarono senza nemmeno accorgersene a correre come forsennati per avere salva la vita.
Lo schianto fu tremendo. L’enorme mole della SS Venture penetrò con facilità la struttura in legno del molo, spostando tutto quello che incontrava sul suo passaggio: strutture d’acciaio per sollevare carichi, prefabbricati e automobili non erano altro che brustolini che venivano spazzati via.
La corsa della nave si arrestò dopo parecchi metri, lasciando dietro di sé una lunga scia di distruzione.
Dopo lo schianto, un’apparente calma calò sul molo. Ludlow si trovò stranamente sdraiato proprio di fianco a Malcom e Sarah. I tre non si considerarono, e Ludlow si alzò per andarsene. Una guardia gli si avvicinò:
-Sta bene Signor Ludlow?-
-Non ne ho idea. Che aspetto ho?-
La guardia non rispose. Si affrettò verso la nave, con Ludlow alle calcagna, si arrampicò su per i vari ponti ed entrò nella cabina di comando.
-Oh mio Dio…- disse.
-Dove l’equipaggio?- chiese Ludlow, che data la sua bassa statura non poteva vedere oltre la spalla dell’uomo.
-Un po’ dappertutto.- rispose questi, ed entrò.
Ludlow lo seguì solo di pochi passi: una mano mozzata pendeva dal timone, tenendo ancora ben salda la presa. Il corpo dell’uomo, orrendamente mutilato, giaceva sul suolo in un lago di sangue. Dopo questa visione, rischiò di sentirsi male ed uscì.
Malcom e Sarah si trovavano vicino alla stiva, alcuni ponti più in basso. I pesanti portelli d’acciaio posti a copertura dei carichi si alzavano e abbassavano ritmicamente di alcuni centimetri, come se fossero in tilt. Malcom guardò Sarah, ferma proprio davanti alla stiva, che si voltò a sua volta verso i portelli. Capirono entrambi maledettamente bene cosa conteneva la stiva.
Ludlow uscì dalla cabina di comando: -Controllate la stiva di carico! Potrebbe esserci qualcuno dell’equipaggio!-
-Abbandonate la nave, presto!- gridò Malcom. Ma nessuno lo ascoltò. Una guardia si avvicinò ad una piccola torretta piena di tasti, tolse una manopola dalla mano inerme di un membro dell’equipaggio morto e premette un bottone.
-No, no, fermo!- urlò troppo tardi Malcom sporgendosi verso l’uomo. I portelloni, che fino a quel momento si erano sempre mossi debolmente, schizzarono improvvisamente verso l’alto. Una grossa ombra li spingeva nel tentativo di uscire dalla stiva. Con un ultimo colpo, il Tirannosauro si aprì definitivamente la strada verso la libertà, rivelandosi in tutta la sua grandezza agli spettatori attoniti. Confuso e spaesato, si diresse subito verso il molo, scese dalla nave e proseguì in direzione della città, lasciando gli uomini dietro di sé in uno strano stato di perplessità: era successo davvero o l’avevano solo sognato?
Un lungo ruggito arrivò a risvegliarli. Era successo davvero.

San Diego – Porto, 26 Maggio 1997, ore 03:45
Nella concitazione che seguì lo schianto della nave, nessuno fece caso a sette figure che uscirono da una delle porte della nave mentre nessuno li osservava. Non appena gli uomini iniziarono a sciamare sul ponte, si confusero con loro, andando sul molo e dirigendosi verso la città.
Il loro piano era compiuto. Il risultato di tre anni di sacrifici e privazioni aveva finalmente dato i suoi frutti. Erano salvi, liberi, finalmente tornati alla civiltà.
La loro gioia era incontenibile. Il loro piano successivo era molto semplice. Recarsi alla prima stazione di polizia, raccontare tutta la storia , denunciando quel bastardo di Ludlow e tutta la sua maledetta compagnia e riprendersi le proprie vite.
Purtroppo nessuno di loro sapeva che la stiva conteneva un Tirannosauro. Un intoppo non indifferente.
Si fermarono davanti alla porta della capitaneria di porto, iniziando a discutere sulle loro mosse successive. Susan sosteneva che quella non era più la loro battaglia, che il loro piano era già stato abbastanza titanico, e che era stanca di correre e scappare continuamente. Nessuno se la sentiva di darle completamente torto, ma il senso del dovere di Tom non lo avrebbe mai fatto dormire serenamente sapendo che non aveva portato a termine il suo compito fino in fondo. Lui era un ranger, e c’era un Tirannosauro libero.
Alla fine riuscirono a raggiungere un accordo: Susan, Barry, Claude e Strauss si sarebbero diretti verso la più vicina stazione di polizia, per fornire alle forze dell’ordine almeno la loro esperienza in materia di rettili giganti. Tom, Kent e Sullivan avrebbero invece cercato direttamente di fermare il Rex, Ludlow o entrambi.
I saluti non furono facili. Anche se sapevano che probabilmente si sarebbero rivisti di lì a poco, separarsi di nuovo, quando l’obbiettivo era già stato raggiunto, era straziante. La classica formula ‘non è un addio, ma un arrivederci’ non funzionò affatto. Susan versò un mare di lacrime.

Quando il gruppo guidato da Barry sparì alla vista, Tom si girò verso i compagni rimasti:
-Bene. Ora che facciamo?-
-Io direi di rivolgerci alle autorità.- disse Kent indicando la porta della capitaneria di porto alle sue spalle.
-Ah, si? E come pensi di fare?- chiese Sullivan.
-Semplice. Gli dirò quello che sta succedendo.- rispose, girando la maniglia.
-Abbiamo un Tirannosauro libero!- disse a gran voce entrando. Nessuno lo considerò. I telefoni squillavano freneticamente, e ogni persona nello stabile sembrava troppo indaffarata anche solo per tirare su la testa dalle proprie scartoffie.
-Non mi hanno degnato di uno sguardo,- disse Kent richiudendo la porta -Sono tutti indaffarati per via della nave. Il Rex non l’ha ancora visto nessuno.-
-Hai qualche altra idea brillante, genio?- chiese Sullivan sarcastico.
-Si. Avvertirò la polizia!- disse risolutamente Kent, e tornò dentro chiudendo la porta dietro di sé.
La situazione all’interno non era cambiata, e nuovamente nessuno fece caso al nuovo arrivato. Kent si avviò verso la scrivania più vicina: -Posso?- chiese alla donna seduta alla scrivania, afferrando la cornetta del telefono. Lei non rispose, pensando che fosse soltanto un collega che doveva fare una chiamata urgente.
-Il numero della polizia è ancora il 911, vero?- chiese Kent.
Fu a quel punto che la donna alzò lo sguardo su di lui. L’aria inizialmente seccata fu subito sostituita da un grande stupore non appena vide i vestiti logori, la barba incolta e il viso sconosciuto dell’uomo.
-Ma lei da dove diavolo è arrivato?- chiese con gli occhi fuori dalle orbite.
-Dall’isola dei pirati, perché?- rispose distrattamente Kent.

Sullivan stava pensando di entrare e recuperare Fockler, quando questi uscì.
-Anche la carta della polizia è andata male. Mi hanno riso in faccia.-
-Rideranno meno quando ogni cittadino di San Diego li chiamerà terrorizzato.- disse Tom.
Erano di nuovo senza un piano. Fermare il Tirannosauro a mani nude non era una grande idea, e sfortunatamente erano a corto di qualunque tipo di mezzo o veicolo. Rimaneva solo una cosa da fare.
-Torniamo indietro.- disse Tom
-Al porto? E perché?- chiese Sullivan.
Tom si prese alcuni secondi prima di rispondere: -Andiamo a cercare Ludlow.-